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December 24
Sfollati a causa del terremoto del Sichuan- Maggio 2008 October 04
La Regione Molise risparmia sulla sanità. Si sa come vanno le cose da queste parti: il deficit sanitario è elevatissimo, il debito pro capite dei cittadini uno dei più alti d’Italia, e il sistema impone un risparmio consistente, pena il tracollo economico. Si chiama Piano di Rientro, ed è quel famoso documento sottoscritto da Michele Iorio con il Ministero della Salute e quello dell’Economia (l’accordo è stato siglato il 27 marzo 2007). Prevede il taglio delle spese in eccesso, ma deve garantire il livello dei servizi ai cittadini-pazienti. Nelle intenzioni è uno strumento addirittura positivo, perchè dovrebbe razionalizzare i costi delle Asl e risparmiare sugli sprechi. Nei fatti, le cose sono un po’ diverse. Mentre si tagliano i posti letto – quindi i servizi – non si toccano gli incarichi – cioè le poltrone. Un po’ alla volta, emergono piccole cose che però hanno un grande significato per le famiglie delle persone malate, e che alzano il velo su un Piano pensato per mantenere inalterati i privilegi di chi dirige – e non sempre bene, come dimostra la cronaca giudiziaria recente – le Asl, penalizzando i fruitori dei servizi, cioè i pazienti. A rimetterci, soprattutto, sono i leucemici. Dopo aver soppresso le pensioni mensili ed eliminato i rimborsi viaggio e le indennità giornaliere per i bambini malati costretti a curarsi a Roma e Pescara e ora senza più aiuti economici, la Regione Molise taglia anche sui farmaci. Il caso del signor M. (non facciamo il nome per ragioni di privacy) è emblematico: è malato di leucemia e si trova nella fase terminale della malattia. Percepisce una pensione di 600 euro al mese, con la quale deve pagare la casa, le bollette, il cibo e gli abiti per se stesso e la moglie. Avrebbe diritto all’accompagnamento, eppure aspetta da un anno di vedere i soldi promessi dalla Asl. Finora, niente. A questo si aggiunge l’ultima novità del risparmio sanitario: i farmaci di classe C, che fino a questo momento gli venivano concessi gratuitamente, adesso se li deve pagare lui. I farmaci di classe C sono la maggior parte: antidolorifici a antinfiammatori, collutori e colliri, farmaci per lo stomaco, sedativi, ansiolitici, fermenti lattici. Insomma, la categoria contempla un po’ di tutto. Si tratta di medicine ritenute non vitali, quindi non mutuabili. Le paghiamo tutti, ma fino a qualche mese fa erano esonerati da questa spesa i “soggetti affetti da malattie rare, i detenuti e gli internati”. Il signor M., affetto da leucemia che è ancora considerata malattia rara, aveva i farmaci direttamente dalla farmacia della Asl, gratuitamente. Ma ora non è più così. Adesso, grazie alla delibera n.552 della Giunta regionale del Molise, le medicine non indispensabili le deve acquistare di tasca sua, con i soldi della pensione che già non bastano per il resto. Il fatto è che quelle medicine per lui sono indispensabili. La leucemia crea mille complicazioni, e anche un semplice colluttorio (8 euro al flacone per 4 giorni di somministrazione) può diventare necessario per non peggiorare, per esempio, le infezioni delle mucose. E’ un esempio, appunto, e di esempi simili al centro Trasfusionale di Termoli ce ne sono parecchi. Chiediamo a un’infermiera la media di pazienti giornalieri che si recano nel Day Hospital per la terapia. «Tra 8 e 10, tutti i giorni». I tre letti e le cinque poltrone del reparto sono occupati quasi sempre, a dimostrazione che il problema della leucemia non è nemmeno tanto raro da queste parti. Tutti i pazienti devono ora sborsare di tasca propria il denaro per accedere ai farmaci di classe C. E non solo. La stessa delibera, che ridisegna quelli che in gergo si chiamano “livelli ulteriori di assistenza” (abbreviato Lea) stabilisce anche che i disabili non hanno più diritto alla riabilitazione gratuita in acqua, e che i soggetti malati di insufficienza renale non possono contare sulla gratuità degli alimenti senza proteine: se voglio mangiare senza avvelenarsi, devono tirar fuori i soldi. La nuova sanità molisana nasce sotto i peggiori auspici.
(Da Primonumero.it)
(Pubblicato il 02/10/2008) October 01 di CORRADO ZUNINO
L'outing di Christian Abbiati, portiere del Milan fascista nel privato e ora anche in pubblico, ha allargato praterie di potenziali rivelazioni nel mondo del calcio italiano, da sempre silenziosamente a destra. Quelle parole rimbalzate in tutta Europa - "del fascismo condivido ideali come la patria, i valori della religione cattolica e la capacità di assicurare l'ordine" - sono sottoscritte, oggi, da una crescente platea di calciatori e dirigenti italiani. La forza delle frasi rivelatrici di un portiere che è abituale frequentatore dei leader di Cuore nero, succursale dell'estremismo nero milanese e luogo di riferimento per gli ultrà dell'Inter, più che nell'indicare il solito revisionismo pret a' porter italiano che vuole un fascismo buono prima del '38 ("rifiuto le leggi razziali, l'alleanza con Hitler e l'ingresso in guerra", ha detto Abbiati) segnala come anche i calciatori, notoriamente pavidi nelle dichiarazioni, oggi comprendono che queste "verità" si possono finalmente dire: il vento del 2008 non le rende più pericolose per le loro carriere.
Sono diversi i campioni italiani che indossano numeri sinistri e sventolano effigi del Ventennio per poi giustificarsi: "Non lo sapevo". Il portiere Gianluigi Buffon, figlio di famiglia cattolica e impegnata, è stato sorpreso in quattro atti scabrosi. La maglia con il numero 88 che rimandava al funesto "Heil Hitler" segnalata dalla comunità ebraica romana, poi la canottiera vergata di suo pugno con il "Boia chi molla". Nel 2006, durante le feste al Circo Massimo per la vittoria del mondiale, si schierò - mani larghe su una balaustra - davanti allo striscione "Fieri di essere italiani", croce celtica in basso a destra. E i suoi tifosi, gli Arditi della Juventus, un mese fa a Bratislava gli hanno ritmato "Camerata Buffon" ottenendo dal portiere un naturale saluto. Quattro indizi, a questo punto, somigliano a una prova.

E' da annoverare tra i fascisti per caso il Fabio Cannavaro capitano della nazionale che a Madrid sventolò un tricolore con un fascio littorio al centro: "Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra", giura adesso. Nel 1997, però, pubblicizzò in radio le prime colonie estive Evita Peron, campi per adolescenti gestiti dalla destra radicale. Il suo procuratore, Gaetano Fedele, assicura: "Un calciatore può essere strumentalizzato inconsapevolmente".
Nella capitale si sta consumando un pericoloso contagio tra la curva della Roma, egemonizzata dalla destra neofascista, e i giovani calciatori romani. Daniele De Rossi, capitan futuro destinato a sostituire Totti, è un simpatizzante di Forza Nuova. E l'altro romanista da nazionale, Alberto Aquilani, colleziona busti del duce - li regala uno zio - mostrando opinioni chiare sugli immigrati in Italia: "Sono solo un problema".
Molti portieri la pensano come Abbiati, poi. L'ex Stefano Tacconi fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale ed è stato condannato per aver usato tesserini contraffatti giratigli dal faccendiere nero Riccardo Sindoca. Matteo Sereni, figlio della destrissima scuola Lazio, oggi che è portiere del Torino continua a dormire con il busto di Mussolini sulla testiera del letto.
Il problema è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere "Faccetta nera" nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa. Questione di maestri. L'ex allenatore della Lazio Papadopulo non si è mai preoccupato delle svastiche in curva "perché in campo non vedo oltre la traversa". Spiega Gianluca Falsini, difensore oggi al Padova: "Giocatori di sinistra ce ne sono pochi e la nostalgia per il Ventennio ti viene per colpa dei politici contemporanei". Già. Nel campionato 2007-2008 in campo sono raddoppiati gli episodi di razzismo: sono stati sei. Mario Balotelli, stella emergente dell'Inter, italiano di origini ghanesi, così racconta l'ultima partita contro la Primavera dell'Ascoli: "Dall'inizio alla fine mi hanno detto: "Non esistono neri italiani". Era lo slogan dei fascisti, volevo uscire dal campo".
(da Repubblica.it)
(1 ottobre 2008) September 30 Una nuova storia di violenza senza senso, da parte di chi dovrebbe rappresentare la razionalità e la legge: questa volta capita a Parma e vede protagonista un 22enne ghanese accusato di spaccio di droga, brutalmente fermato dai vigili parmensi. Emmanuel "negro", un ematoma all'occhio, denudato e sbattuto in cella: non si tratta delle scene di Real Tv, ma di quello che denuncia il giovane stesso, presentando il verbale che sotto tortura è stato costretto a firmare e il referto medico stilato il ospedale dopo il suo rilascio. Non entro nel merito dell'accusa, grave anche se da provare in uno stato di diritto dove c'è al governo una maggioranza di "garantisti", ma sui modi: ancora una volta c'è da vergognarsi e ribellarsi a tutto ciò. A peggiorare la situazione, l'encomio del Comune di Parma al lavoro svolto dai Vigili. Se avessimo letto di questo su un libro di storia aperto a caso, avremmo pensato subito di essere incappati in una pagina che descriveva i metodi dello squadrismo fascista. Oggi invece, molti giustificano, minimizzano e accusano chi definisce tali questi metodi come ipocriti. La tv ci ha abituati a vedere i filmati della polizia americana, che ferma molto più brutalmente le persone, ma attenzione: siamo in Italia! Noi siamo il Paese nato dalla tragedia del nazifascismo, che ha vissuto la follia delle leggi razziali, dello squadrismo, del totalitarismo fascista, rischiando di sgretolarsi dopo aver perso tanti patrioti per costruire l'Italia unita. Giurammo di essere migliori, scrivendo la Costituzione, ma sopratutto giurammo di non essere mai più così. Il noi è retorico probabilmente, perchè materialmente non giurammo noi di oggi, ma è anche patriottico: nella Costituzione si deve riconoscere chi è italiano. E la Costituzione non ammette deroghe, punti di vista, rivisitazioni. Qualcuno ora ricorda le foto scattate a Termoli, dove una brutalità simile si è verificata lo scorso mese di agosto, tra le critiche di chi vide quegli atti. Xenofobia e razzismo si diffondono sempre di più e non bisogna impaurirsi nel denunciarlo: chi ama l'Italia deve farlo per il bene di questo paese. Gli ebrei di ieri sono i rom, i rumeni, gli africani di oggi: il razzismo è uno solo, cambia solo l'"obiettivo sensibile". Accanto ad essi, si diffonde l'ipocrisia: la filosofia del potere oggi sembra suggerire l'idea della giustizia "a doppia faccia": garantista coi potenti, forcaiola con i deboli. Forse è questa la grande ingiustizia dell'Italia moderna, che non possiamo non combattere.
Da Repubblica.it
Accusa i vigili di razzismo: "Picchiato, spogliato, offeso"
"Picchiato, spogliato, offeso"
La denuncia presentata ai carabinieri da uno studente ghanese. Scambiato per un pusher, ammanettato e trasportato nella cella del comando. "Sulla busta dei documenti che mi hanno riconsegnato c'è scritto Emmanuel negro. Mi hanno messo davanti un pezzo di 'fumo' e di hanno detto confessa"
di Giacomo Talignani
L'hanno fermato all'uscita da scuola, braccato, pestato: un piede sopra alla testa, le manette e poi le botte, anche all'interno della macchina di servizio. Sette agenti della polizia municipale di Parma – questa la denuncia fatta in mattinata ai carabinieri del Comando locale – hanno aggredito alle 18,25 di ieri al parco cittadino ex Eridania Bonsu Emmanuel Foster, giovane studente ghanese di 22 anni – riducendolo con un occhio nero, una gamba malmessa (il ragazzo zoppica) e diverse lesioni, come testimonia il referto ospedaliero. Ancora una volta, dunque, i vigili urbani di Parma – la città della carta dei "più poteri ai sindaci e alla polizia municipale" finiscono nella bufera, dopo l'episodio della prostituta abbandonata a terra nella cella di sicurezza. Un nuovo grattacapo per l'assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi e il sindaco Pietro Vignali, che solo due settimane fa ha presentato un pacchetto di sette ordinanze, ora allo studio di Roma e Bologna. L'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Una) del ministero delle Pari opportunità ha aperto un'inchiesta per far luce sull'episodio.
Portato al comando della polizia municipale il giovane è stato fatto spogliare, perquisito e sbattuto in cella. Il giovane racconta di essere stato insultato: insulti razzisti. Gli è stato negato il permesso di telefonare a casa: solo alle 23 è arrivato il padre dello studente. Senza spiegazioni plausibile davanti a quell'occhio nero "mi hanno detto che era caduto ed era stato fermato perché non voleva dare le sue generalità" ha detto il padre, il giovane è stato rilasciato. E la polizia ha consegnato alla famiglia Bonsu una busta del Comune di Parma contenente i verbali con scritto sopra: "Emmanuel negro". Solo oggi la famiglia ha sporto denuncia e chiede, insieme alla comunità ghanese, scuse ufficiali e spiegazioni.
L'aggressione Come ogni giorno Emmanuel Bonsu Foster, 22 anni, ghanese regolare, è andato a scuola intorno alle 18,15. Le sue lezioni all'Itis serale di via Toscana, di fronte al parco ex Eridania, iniziano alle 18,45. Il giovane è entrato in classe con anticipo, ha posato la cartella (in cui c'erano i documenti d'identità) ed è sceso in strada a fare due passi nel parco, aspettando l'inizio della lezione. Sono le 18,25. "Ho visto due uomini che parlavano dietro di me al cellulare – racconta – e un altro che si è avvicinato. Di colpo l'uomo da solo si è avvicinato senza dire niente, senza identificarsi e mi ha preso le mani. Gli altri due sono arrivati di corsa e mi hanno accerchiato. Ho preso paura, mi sono liberato e sono scappato". Emmanuel, gracile, alto non più di un metro e settanta e che dimostra meno anni di quel che ha, inizia la sua fuga disperata. In poco tempo arrivano altri tre agenti. Solo uno, secondo il ragazzo, da come è vestito "si capiva che era della polizia". Emmanuel fugge per il parco ma viene rincorso e atterrato. A pancia in giù sull'asfalto "mi hanno messo un piede sulla testa" e "hanno cominciato a menarmi. Poi le manette. Uno mi ha colpito con un pugno al volto". Nell'aggressione "gli agenti credo abbiano usato manganelli o forse erano bottigliette d'acqua, non so". Il 22enne viene fatto salire sulla macchina della polizia municipale. Con le manette ai polsi "hanno continuato a colpirmi finché non ho smesso di dimenarmi" e "mi davano del negro". Un "negro", Emmanuel, che fra pochi mesi andrà a lavorare come volontario nella comunità di recupero di Betania per tossicodipendenti, la stessa dove adesso è ospitato Matteo Cambi.
Sbattuto in cella Senza chiare giustificazioni, a quanto riferisce il giovane, "mi hanno detto che ero scappato e per questo mi hanno arrestato". Emmanuel viene portato al comando di via del Taglio, lo stesso dove a metà agosto era stata rinchiusa una prostituta la cui foto a fatto il giro del mondo. Al comando lo fanno spogliare: "Mi hanno perquisito. Prima, al parco, mi avevano svuotato le tasche e preso il cellulare, la tessera dell'autobus, la tessera della biblioteca e qualche moneta". Emmanuel è completamente nudo. "Mi facevano girare fuori e dentro, fuori e dentro dalla cella. Avevo paura. Mi hanno obbligato a fare delle firme ma io mi sono opposto più volte, volevo chiamare a casa". Poi alla fine Emmanuel cede e firma il verbale.
L'accusa Oltre alla resistenza a pubblico ufficiale e il reato di non aver mostrato le proprie generalità Emmanuel viene messo sotto torchio. Insieme a lui al parco è stato arrestato uno spacciatore. Emmanuel racconta: "I vigili mi hanno accusato di una cosa che io non sapevo cos'era, mi hanno messo davanti una cosa marrone come cioccolato, poi mi hanno detto di dire la verità perché hanno trovato questa cosa. C'era un'altra persona nella cella e la polizia mi ha detto che questo ha confessato tutto e che mi conosceva. Però io questo non l'avevo mai visto. Non so chi era".
L'arrivo del padre Emmanuel chiede più volte di telefonare. "Mi è stato negato, ma sono maggiorenne e ne avevo diritto. Mi dicevano "negro muoviti" e poi…poi alle 22 hanno chiamato mio padre. Il papà di Emanuell, Alex Osei, metalmeccanico, in Italia dal '95, arriva al comando alle 23 insieme alla moglie Paulina. "Mi hanno detto che mio figlio era stato fermato perché era vicino ad uno spacciatore ma lui non ha voluto mostrare i documenti. Così l'hanno inseguito, dato che era scappato, e caricato in auto". Poi il padre, sotto choc appena vede il figlio, chiede agli agenti del comando: "Ma perché è ridotto così?. La risposta della municipale "è stata perché è caduto. Ma un occhio nero non te lo fai cadendo. Così io ho chiesto a mio figlio se era stato pestato. Lui ha detto solo sì". Il padre si infuria, chiede spiegazioni. "Ma quando ho alzato la voce e pronunciato la parola abuso mi hanno fatto il gesto con le mani di uscire. Mi hanno detto "Vai via". Ci hanno buttato fuori tutti". All'uscita, intorno alle 23, 15, nelle mani del padre, viene consegnata una busta con lo stemma del Comune di Parma: contiene i verbali e sopra c'è scritto "Emmanuel negro".
All'ospedale Al Pronto soccorso di Parma Emmanuel e la sua famiglia arrivano a mezzanotte. Spiegano ai medici dell'aggressione: gli viene certificato un' ematoma, una ferita alla mano e il fatto che non abbia mai perso coscienza. Medicato, con ghiaccio e pomate, il giovane viene accompagnato a casa dal padre. Vengo avvertiti gli amici della comunità ghanese.
L'epilogo Questa mattina la famiglia Bonsu si è riunita a casa di amici. Hanno raccolto tutto il materiale: la busta con scritto "negro", il verbale della municipale, il referto ospedaliero. Poi si sono diretti verso la caserma dei carabinieri, pronti a fare denuncia e "chiedere giustizia".
Il comunicato del Comune Alle 11.14 l'ufficio stampa del Comune di Parma invia un comunicato dove si congratula con gli agenti per l'arresto di un famoso pusher nella zona ex Eridania. "L'assessore alla Sicurezza Costantino Monteverdi ha ringraziato nella giornata di oggi gli agenti della Polizia municipale che, dopo alcuni giorni di appostamenti, hanno arrestato in flagranza di reato un pusher al parco Eridania: "E' stata un'operazione esemplare per professionalità, risultato e correttezza visto che erano coinvolti anche alcuni minori. Era una segnalazione che arrivava dai cittadini e per questo sono soddisfatto due volte, per aver dato una risposta ad una richiesta reale che arrivava dai frequentatori del parco e, secondo, perché la Polizia municipale ha dimostrato ancora una volta di essere all'altezza dei compiti assegnati". Tralasciando però quello che viene denunciato da Emmanuel Bonsu.
September 26

Fino al qualche anno fa all'ingresso di Termoli c'era un grosso manifesto con un ragazzo fotografato sul belvedere di piazza S.Antonio con scritto "Sorridi, la vita ti sorride" sul quale spesso mi fermavo a riflettere su quanto sia importante il sorriso e il buon umore. Una giornata iniziata con un sorriso e un saluto ricambiato è diversa da una che inizia con lo sguardo basso e con l'indifferenza di tutti. La medicina spiega che il sorriso è il nostro antidolorifico naturale, perchè il buon umore permette il rilascio di endorfine che riducono le nostre sensanzioni dolorose e migliorano l'umore e i pensieri. Considerazioni banali, ma che in ambito ospedaliero, dove maggiore è la percezione del dolore e della sofferenza, diventano basilari. Finalmente la scorsa settimana ho visto il film su Patch Adams, il medico che rivoluzionò il rapporto dottore-paziente attraverso la cosidetta terapia del sorriso, la clown terapia. A lui bastava una pipetta rossa sul naso e qualche palloncino per far sognare pazienti piccoli e grandi, alienandoli da quella realtà sofferente e asettica in cui si trovavano a dover vivere. Se non l'avete visto, ve lo consiglio, perchè se pure potrebbe sembrare qualcosa di interesse medico, in realtà è di grande interesse culturale. Patch Adams, tra mille resistenze e perplessità da parte di colleghi e professori, puntò dritto al suo obiettivo, quello di riportare il medico ad un rapporto diretto col paziente e di scardinare il rapporto medico-malattia. A pensarci bene, il messaggio di Patch non ha nulla di rivoluzionario, anzi, è piuttosto conservatore: è fatto di una mimica, una retorica e un modo di pensare slegato dall'encicolpedismo medico e più vicino ad una medicina di segni e parole che ricorda quella dell'antichità. Tuttavia è sembrato strano, forse stupido, che uno studente di medicina e poi un medico si dedicasse al paziente come se fosse una persona e non piuttosto alla sua malattia. Ma io non credo che si possa fare questa distinzione: come esiste la malattia se non esiste il paziente? Oggi la scienza ha dato ragione a questo metodo ed ormai l'approccio medico-paziente èdiventato parte della formazione semeiotica di uno studente di medicina. Ci sono organizzazioni nel mondo che tengono vivo, moltiplicandolo, l'impegno di Patch, formando gruppi di clown-terapia, composti da medici, studenti e non solo che si recano nei reparti ospedalieri, ottendendo sempre grande successo tra i pazienti. Talvolta si trova il paziente più scettico, quello restio a farsi travolgere dal sorriso e sono queste le vere sfide per un dottor clown: convincere anche i pazienti che il sorriso è la prima medicina da prescrivere per quasiasi terapia.Per quanto difficile possa risultare prescrivere il sorriso ad un paziente affetto da una malattia cronica, non bisogna rinunciare a farlo. Anche perchè gli effetti sono sempre positivi: non c'è bisogno di trucco, parrucche e nasi finti, basta una buona esercitazione al sorriso e a guardare il paziente dritto negli occhi. Un sorriso fatto con gli occhi vale molto di più di un ghigno di denti. Per capire cosa il paziente prova, basta semplicemente guardare i suoi occhi. Non si può descrivere a parole, ma facendolo si capisce immediatamente il sollievo che sista dando al paziente. E' questo il senso più profondo della medicina, quello che nessunodeve insegnarci perchè è dentro di noi e va mantenuto o al limite ritrovato e custodito. Spesso i pazienti si sorprendono e ringraziano per un sorriso in più, una stretta di mano, una chiacchierata, anche breve, ma dopo tutto, può sembrare strano comportarsi da esseri umani? Chiamare il paziente per nome, sforzandosi di ricordarselo, è il miglior modo per supportarlo nella terapia, specie quando essa è lunga e difficoltosa: il nome, e non il cognome, crea un'intimità dignitosa che lega i due in un rapporto che più stretto è e più è forte per vincere il nemico comune, la malattia. Patch questo insegna, o più correttamente, ribadisce. Il suo più grande merito è quello di aver ripreso in mano la dignità della medicina e di averla sbandierata, urlando, sorridendo, al mondo medico che sapere a memoria tanti concetti non serve a nulla, se non si è in grado di parlare con la persona che soffre. September 19 GENOVA - Addio all'alimentazione "su misura" con prodotti senza glutine per i celiaci. Presto una pillola potrebbe tradurre in realtà il sogno di tante persone costrette a una dieta che mette al bando pasta, pane, biscotti ma anche le salse e tutto ciò che può essere contaminato dalla farina, come la frittura. Una malattia che solo nel nostro Paese colpisce oltre 75.000 persone, ma si stima che siano oltre mezzo milione gli italiani che non sanno di essere celiaci. I sintomi (vomito, diarrea, perdita di peso) nascondono difetti di digestione e assorbimento degli alimenti e provocano gravi complicanze, dall'osteoporosi all'aborto spontaneo al linfoma intestinale. La pillola permette di bloccare l'effetto tossico del glutine consentendo ai celiaci di alimentarsi in modo normale. Il farmaco è in dirittura d'arrivo. Gli studiosi ipotizzano una rivoluzione per i pazienti nel giro di cinque anni. Lo annunciano i massimi esperti mondiali della patologia, riuniti al Galata Museo del Mare di Genova per il congresso internazionale organizzato dall'Associazione italiana celiachia. La sperimentazione sui primi 110 pazienti ha dimostrato che il farmaco, scoperto tre anni fa negli Stati Uniti da un ricercatore italiano, elimina i sintomi associati al consumo di glutine nell'85% dei casi; entro dicembre i risultati su altri 180 pazienti. Studi sull'uomo anche per un nuovo farmaco, una proteasi che aiuta i pazienti a digerire il glutine. "La dieta priva di glutine è assolutamente sicura ma impone restrizioni alimentari difficili da seguire, soprattutto in particolari età della vita come quella adolescenziale - ha spiegato Umberto Volta, responsabile del centro per la diagnosi di celiachia dell'ospedale Sant'Orsola - Malpighi di Bologna e presidente del comitato scientifico dell'Aic, l'unica associazione pazienti italiana - i celiaci sono esposti al pericolo delle contaminazioni e vorrebbero tornare a mangiare normalmente, senza sottoporsi a rinunce che spesso comportano problemi psicologici. Da qui la spinta da parte dei pazienti affinché la ricerca fornisca una terapia alternativa".
 "Appena tre anni fa sperimentammo su ratti diabetici un farmaco inibitore di una proteina intestinale, la zonulina: gli animali mantenevano intatta la barriera intestinale e non producevano gli autoanticorpi che scatenano la reazione immunitaria - ha aggiunto Alessio Fasano, direttore del Centro di ricerca sulla celiachia e biologia mucosale della Maryland University di Baltimora, Usa - i risultati sono stati così positivi che siamo arrivati a studiare il farmaco nell'uomo, percorrendo in soli tre anni i passi che di norma, quando si sviluppano nuovi medicinali, si realizzano in dieci o quindici anni". "Nella fase più recente di sperimentazione clinica condotta su un centinaio di pazienti il farmaco ha dimostrato molta efficacia - spiega Fasano - i celiaci trattati con un placebo ed esposti al glutine hanno sviluppato i sintomi classici nel 75% dei casi, le persone che hanno assunto il farmaco li hanno avuti in appena il 14% dei casi". "Un ottimo risultato - aggiunge il ricercatore - come conferma il fatto che questa stessa percentuale si è registrata in coloro che avevano assunto il doppio placebo, ovvero erano stati esposti a un "finto" glutine e alla pillola-placebo. Sono già stati avviati test più approfonditi su 180 pazienti e i risultati saranno disponibili entro la fine dell'anno". Il farmaco individuato dal gruppo guidato da Fasano e sviluppato dalla Alba Therapeutics blocca l'aumento della permeabilità intestinale indotto dal glutine inibendo una proteina, la zonulina, che regola l'apertura dei "cancelli" dell'intestino. "La zonulina è una specie di chiave che apre le porte fra una cellula e l'altra della parete intestinale - ha aggiunto ancora Fasano - l'intestino è coperto da un singolo strato di cellule che formano una barriera formidabile contro gli attacchi esterni ma i celiaci perdono questa caratteristica perché producono troppa zonulina". La pillola anti-celiachia, assunta prima di pasti contenenti farine pericolose, potrebbe perciò impedire il passaggio del glutine nel corpo, la successiva reazione immunitaria e quindi il danno alla mucosa intestinale. Ma le buone notizie non finiscono qui. E' infatti allo studio sull'uomo anche un altro farmaco in grado di rendere il glutine "innocuo" per i celiaci: si tratta di una proteasi capace di smantellare completamente il glutine, digerendolo del tutto e rendendolo non tossico. "La proteasi isolata dai ricercatori del dipartimento di chimica dell'università di Stanford in California è nella fase uno di sperimentazione sull'uomo, e si attendono i primi risultati entro il prossimo anno - ha detto Fasano - sappiamo già che l'approccio funziona, stiamo cercando di capire come utilizzare il farmaco al meglio: si potrebbe usare per "predigerire" il glutine e poi panificare, creando nuovi prodotti speciali che saranno però più economici e gustosi rispetto ai cibi senza glutine ora disponibili; o potremmo somministrare ai pazienti una pillola prima dei pasti, per far loro assimilare il glutine senza sviluppare sintomi". (da Repubblica.it) ( 19 settembre 2008) September 14 
E' mia convizione il pensiero che tutto ciò che è debole sia destinato a concludere il suo tempo, mentre ciò che è forte perdura per sua natura. Un altra mia convinzione è che il razzismo sia un pensiero debole, perchè scaturisce dall'ingnoranza, dalla diffidenza di chi è abituato a vivere nel suo mondo, senza arrischiarsi di conoscere cosa ci sia intorno. L'integrazione è un pensiero forte e come tutte le cose robuste, ha bisogno di spazio e di tempo per realizzarsi, per cui anche se lentamente, ho sempre creduto che il futuro avrebbe portato alla sconfitta del razzismo e al diffondersi dell'integrazione: durante la globalizzazioneè quanto meno da cavernicoli essere razzisti. Eppure a quanto pare in Italia si va indietro e sono giunto ad un punto in cui non manifestarlo chiaramente, scrivendolo, mi sembra un comportamento da complice di questo regresso. E ciò che mi porta a graffiare questi concetti sul blog è l'ultima violenza, solo in ordine di tempo, avvenuta a Milano questa mattina: un ragazzo di19anni è morto preso a sprangate. Se si leggesse solo questo, credo che in un paese civile tutti avremmo orrore, non solo del fatto ma anche del posto. Se si aggiunge che il ragazzo è del Burfina Fasu, stato africano, sono convinto che in alcuni i sentimenti si sfumano. Invece in altri, tra cui il sottoscritto, si infiammano: che male aveva fatto il ragazzo? Era di ritorno da una serata con 2 amici, anch'essi africani, quando 2 balordi sarebbero scesi da un furgone bar e li avrebbero inseguiti, urlando insulti stomachevoli, fin quando Abdul non è stato raggiunto e preso a sprangate. In un paese civile e all'avanguardia, che è stimato e rispettato nel mondo, tutti dovremmo almeno essere allibiti e magari infuriati, pronti a scendere in piazza. Se poi fossi milanese, mi vergognerei profondamente che in una capitale mondiale accada un aggressione tanto violenta quanto futile. E' inutile nascondercelo: l'Italia manifesta con sempre maggior preoccupazione i segni del Paese intollerante e razzista. Questo di oggi non è un evento isolato, è l'ultimo aggiornamento di quello che sembra un bollettino di guerra. Nei mesi scorsi le aggressioni sotto il Colosseo a Roma a 2 coppie (quelle che la cronaca ci segnala) omosessuali colpevoli di passeggiare mano nella mano. Anche se fossi romano io oggi mi vergognerei, perchè la patria della civiltà occidentale, quella che difende la libertà e i valori, diventa scenario di un'aggressione in stile iraniano. E poi, potete, se volete, andarvi a leggere tutti i casi di violenza ed intolleranza in Italia degli ultimi anni e vedere quanto siano in aumento. C'è pure Termoli nel novero, dopo i noti fotogrammi dei vigili che trascinano come un sacco di patate a terra un indiano, fermato perchè vendeva abusivamente per strada, ma non meritorio di un trattamento, che almeno agli occhi dei passanti è sembrato quantomeno sgradevole.
Oggi mi vergogno di convidere la nazionalità italiana con gente che pesta altra gente. L'Italia è sempre stato il paese dell'accoglienza, del resto lo insegna la sua storia, fatta di tanti viaggiatori in rotta nel Mediterraneo ed è stata la patria di un grandioso impero, il più duraturo della storia, forte, perchè fondato sulla pluralitàdi popoli e culture. Ora l'Italia sembra perdere se stessa: noi italiano sembriamo diversi da quelli che siamo. Questo perchè siamo spaventati, timorosi, convinti che i buoni abbiano un aspetto e i cattivi un altro. E' un deficit culturale, di cui io saprei indicare i responsabili, dalla scuola ai governi. Ma perchè non ci sentiamo feriti da questo? Perchè c'è meno orrore in una violenza se questa non è contro uno di quelli che stupidamente chiamiamo "diversi"? E perchè bisogna rapportare le persone ad un concetto di uguaglianza? Quali sono i criteri di questa presunta uguaglianza? Se solo si conoscesse un po' più la biologia e la genetica, si saprebbe che le differenze tra l'etnia culturale italiana e quella africana non sono più di quelle con l'etnia spagnola. Semplicemente perchè non esistono razze. Ed è una novità questa? Se parliamo poi di differenze sessuali, si cade proprio nel vuoto, cioè nel parlare per il puro gusto di farlo senza nessun argomento alla base. Perchè bisogna condannare chi ama (chiunque sia), additarlo o peggio fargli male e non bisognerebbe invece condannare chi odia? E' meglio l'amore o l'odio a questo punto?
Io scelgo di condannare chi odia e credo che se vogliamo un futuro migliore, dobbiamo tutti rispondere così. Non è una domanda retorica, è una domanda vera: se quando si pesta il gay per strada in fondo non ti scandalizzi molto (non dico gioisci perchè a quel punto ci sarebbe una patologia in atto) vuol dire che scegli di condannare chi ama, diversamente da te, ma comunque è colpevole di aver amato. Non basta scandalizzarsi per il ragazzo africano pestato per strada, saper rispondere significa scandalizzarsi anche per qualsiasi forma di offesa, anche velata, contro qualcuno per un discorso di razza. Si può essere colpevoli pe ril colore della pelle? Per la provenienza geografica? Io credo che esistano le persone, perfide e buone, ma sempre persone. Questo vale per i rumeni, gli albanesi i marocchini, gli italiani i tedeschi...Per tutti.
La cosa peggiore è vivere in un paese in cui scrivere ciò, parlare così, è ritenuto strano. Certo che è strano, è fuori dal coro: io non ho pretese canore, ma ho la pretesa di non sentirmi complice. E' come se stia calando l'oscurità e nessuno se ne renda conto o peggio che qualcuno in fondo voglia che faccia buio e che le lanterne restino spente. Io non so muovermi al buio, per cui accendo la mia lanterna e la custodisco gelosamente. Probabilmente cercheranno di spegnerla, ma io non mi vergogno di averla. Mi rammarico della mancanza dei lanternoni, quei fari che dovrebbero guidarci quando passa una nuvola che oscura il pensiero. Oggi è più di una nuvola a passare, anzi, si sta vivendo un lento imbrunire. Quello scatto di orgoglio o di reni per usare un linguaggio più deciso, non c'è stato e non credo che ci sarà. Restano le lanterne: più sono e meno sarà buio e magari con quel fuoco di riaccenderanno i lanternoni. September 12 
Quando le vacanze finiscono, ci si sente sempre un po' giù. Possiamo pure dire che la routine ci piace, rivediamo volti amici (ma purtroppo anche quelli meno amici), torniamo alla regolarità della nostra vita, ma perdiamo quello spirito che contraddistingue i periodi di vacanza. Sarà che l'estate è la stagione calda, sarà che per chi vive al mare significa giornate intere passate in spiaggia, a parlare, giocare, fare il bagno, conoscere nuove persone e ritrovare gli amici di sempre, ma l'arrivo dell'autunno crea una crisi. Crisi che può manifestarsi nel carattere, nel look, nei modi di fare, nel non riuscire a dormire: si sente che qualcosa si è spezzato. Portando la mia esperienza personale, studente universitario che ha vissuto in pratica 2 mesi di vacanza, tra mare, viaggi e serate danzanti, sento che ciò che si è interrotto è il clima spensierato. Ritornano lezioni, libri, professori, esami...Ma probabilmente non è tanto quello che ci aspetta quanto quello che lasciamo a pesare di più. Intendiamoci: chi vorrebbe continuare a stare in vacanza se per egli questo significasse stare solo a casa senza vedere nessuno? Se penso ai bei momenti passati con i miei amici, quelli di sempre, quelli nuovi e con le persone che ho conosciuto quest'estate, dico di essere felice per come sia andata questa stagione di spensieratezza e mi dispiaccio del fatto che a breve si tornerà ad essere condizionati da un orario e un calendario che logora. Eppure, se penso ai bei momenti trascorsi negli anni passati nell'ambiente universitario, agli amici, alle soddisfazioni dello studio, alla curiosità di conoscere, alla sfida del tirocinio in ospedale, penso che quasi quasi vorrei ricominciare domani. E' questo punto: comunque sia, restiamo insoddisfatti. Insoddisfatti di ciò che passa e di ciò che arriva. Come si supera quindi questa crisi? Non credo che si possa predisporre una terapia unica, ma penso che possa aiutare molto la volontà di non accontentarsi a vivere le giornate, ma di cercare di renderle vive. Certo non è facile: ma se il primo e il secondo giorno dalla fine delle vacanze passano nell'apatia, bisogna cercare di fare in modo che il terzo segni l'inizio di una nuova stagione, perchè non è vero che esiste una stagione del divertimento e una dell'impegno, ma piuttosto dovrebbe sempre esistere lo svago, secondo i tempi e le modalità possibili. E poi cos'è che causa materialmente questa crisi? A pensarci bene è un evento: può essere la prima pioggia, il primo freddo, la partenza contemporaneo di tutti gli amici, la propria partenza per il ritorno all'università, la partenza di una persona particolare...E' un evento, che tuttavia non è tale per noi stessi: ognuno pesa gli accadimenti con i propri pesi, per cui ciò che irrilevante per uno è fondamentale per l'altro. E' la sottile differenza che fa sì che una persona possa deprimersi per una partenza e l'altra a mala pena accorgersi della mancanza del tale. Come si fortifica l'animo? Credendo di più in se stessi, consapevoli che i sentimenti veri restano, quelli fasulli crollano e di nuovi se ne formeranno: sta poi a noi capire se vogliamo vivere di verità o falsità. Per cui se settembre significa cambiamento, travaglio, crisi, si pensi però che dopo una crisi ci deve essere la ripresa e che questa ha un sapore più buono e gradito proprio perchè ci riconsegna uno stato di grazia, dal quale poi di nuovo non vorremo fare a meno... September 04 
Dire che si tratta di un film da vedere può sembrare banale, ma è la prima cosa che verrebbe da dire dopo averlo visto. <<Lo faccio vedere ai miei amici>> questo io ho pensato subito dopo che è finito. Bello, davvero. Nella più prestigiosa scuola americana, ligia alla tradizione, scolpita nella durezza dell'insegnamento e dei valori, arriva un professore che rivoluziona tutto ciò. O meglio, rivoluziona il modo di fare scuola, ma riafferma la tradizione. Il programma? Non è più un foglio da sapere a memoria nei contenuti, ma una cartina sulla quale muoversi ragionando. Il professore non è più il retore di una retorica scritta sui testi, bizzarra quanto astrusa, ma l'artefice del destino di una lezione, insieme con gli studenti. Fantastica la scena della prima lezione di letteratura: un ragazzo legge un trattato di un eminente studioso di letteratura, che rende in termini matematici i concetti di letteratura, estrapolando una sorta di classifica dal miglior autore, che in un grafico cartesiano descrive l'area maggiore, al peggiore. All'improvviso esclama: <<Potete strappare l'intero capitolo>>. <<Ma come, strappare un libro?>> si chiedono i ragazzi. <<Si, fatelo!>>. E' più trasgressivo ciò o ridurre la letteratura ad una classifica, volerla studiare con un criterio che non le appartiene, la matematica? Potremmo mai pesare le patate col metro? Si voleva tentare qualcosa di simile....<<Rendete la vostra vita straordinaria>> è l'esortazione di inizio anno del docente aisuoi discenti e lo fa facendo veder loro le foto di alunni del passato, ora divenuti <<concime per i fiori>>. Linguaggio crudo, ma forte. Qui l'intento non è di recensionare il film, cosa fatta egregiamente tantissime volte visto che è datato 1989, ma aprire una riflessione su come si possa cambiare davvero la scuola. E su come si possa riportare l'interesse verso la poesia e le lettere. Non si tratta di smancerie, ma di un modo con cui l'uomo può comunicare. Non esiste una sola via per parlare, lo possiamofare in diversi modi. L'uomo che parla a voce alta, può anche sbraitare, urlare, parlare dimenandosi...E' la nostra mente che sceglie e parla. La poesia è il risultato di un incontro dei sensi della mente, non quelli che ci fanno sentire il mondo, ma quelli che ci figurano il mondo. Tutti li abbiamo, ma solo alcuni riescono ad usarli. Tra questi, molti non li usano o per scelta o per timore. Chi sceglie di non usarli è perchè non ha fiducia in se stesso, ha subito un indottrinamento che lo ha portato a misconoscere queste capacità, a favore della razionalità. Chi non li usa per timore è intimamente sconcertato da ciò che potrebbe succedere mettendoli in azioni al proprio ego. Entrambi i casi sono ben esemplificati nel film, con un'importante sottolineatura: se tra i 2 si credeva che la persona debole fosse quella che non usa le proprie capacità per timore, alla fine del film si toglie la vita il ragazzo che più sembrava forte e sicuro si sè, quello che era costretto a nascondere le sue qualità per via dei dettami familiari, mentre Todd, ilsuo compagno di stanza, timido e riservato, intimorito da ciò che all'interno nascondeva, si lascia prima travolgere e poi guidare dal suo sentire. Perchè è debole il primo? Perchè togliersi la vita significa rinunciare a sentire quello che si ha dentro. Usando i riferimenti del film alla poesia di Wittmann, non è più colui che succhia la vita fino al midollo, ma è quello che si strozza. Certamente è da considerare il contesto (il padre vuole iscriverlo all'accademia militare per allontanarlo dal professore e dalla scuola) ma osservando in fondo la questione questo ragazzo non è stato capace di affrontare quella rete psicologica che lo avvolgeva e lo opprimeva: la famiglia. Ha scelto di recitare, anche nel momento in cui poteva, diciamo perso per perso vista l'inamovibilità del padre nella decisione di trasferirlo, dir loro cosa sentisse e cosa amasse e sopratutto cosa volesse per la sua vita. Tuttavia è pur vero che la sua era la situazione più difficile da affrontare, almeno da un punto di vista esterno. Todd aveva una paura tremenda di parlare davanti ad altri ragazzi, temeva il giudizio altrui, ma sopratutto temeva cosa avrebbe provato egli stesso. Vista dalsuo punto di vista, questa rete non era meno oppressiva del compagno di stanza. Il finale, triste e probabilmente realista, lancia un messaggio di speranza, ma soprattutto di impegno: il migliore insegnamento possibile è quello relativo a come usare le proprie capacità, a come essere anticonformisti nel conformismo, ad essere liberi in ultima istanza. La lezione in cortile sul modo di camminare e sul mantenere il ritmo con le mani è straordinaria: prima è analizzato il modo di camminare, simile ma non uguale, perchè conformato e poi il professore richiede ai suoi studenti di camminare in ordine sparso. Quest'immagine, insieme col salire sulla cattedra per osservare la classe da un nuovo punto di vista, sono i 2 forti messaggi che la scuola di oggi non riesce più a trasmettere: il valore dell'individualità, che non è l'affermazione di se' stessi in uno stupido egoismo ( cosa oggi piuttosto frequente), ma la consapevolezza di essere un uomo pensante nella collettività. Puntare su ciò che si ha, sulle potenzialità proprie per costruire una vita eccezionale, nella conformità del vivere civile. Questo non significa vendere sogni: sarebbe sbagliato, oltre che distruttivo. Purtroppo quello che invece oggi la scuola fa è regalare sogni e svilire le personalità. Reintrodurre il voto di condotta non colpirà i bulli, ma colpirà gli animi liberi, quelli che non si conformano al carattere del docente. Il maestro unico alle elementari polarizzerà l'attenzione su un'unica persona da parte degli alunni, riducendo le possibilità di scambio e di confronto per risparmiare soldi sulla scuola (paradossale in tempi di sprechi nell'amministrazione pubblica). I punti salienti di questa riforma sono incentrati proprio sullo svilimento e sulla vendita di un sogno: tutti uguali (vedi la reintroduzione del grembiule) per forza. Per poi essere tuttavia diversi: diversi per condizione economica, diversi per livello di istruzione, diversi per livello sociale, diversi per ideologia. La diversità è il problema e la ricchezza di oggi. Non si può pretendere di cancellarla con un grembiule. Anche perchè si ripresenterebbe negli altri luoghi sociali, dove il grembiule non si usa. Il dramma peggiore di oggi è che non si parla di integrazione e insegnamento al rispetto della diversità. Solo così, seppur tra mille fatiche perchè non esiste una ricetta pronta per l'uso, si può costruire una scuola e quindi una società nuova, pronta a confrontarsi coi problemi dell'oggi. La curiosità potrebbe essere la chiave di volta: quella curiosità che Omero decantò nell'Odissea, motore del viaggio di Ulisse, verso il diverso, oggi potrebbe riattivare le menti e i giovani e ricucire gli strappi che in questa società vanno aprendosi. August 28 
Jarhead è il nomignolo con cui si chiamano i Marines america: "testa di barattolo" per il fatto che devono portare un taglio di capelli sfumato che restituisce l'idea di un barattolo al posto della testa. Il film di Sam Mendes con protagonista l'attore rivelazione Jake Gyllenhaalm in un cast di premi oscar, si basa sul romanzo di Anthony Swofford, che nel film è interpretato da Gyllenhaal, autobiografico sulla partecipazione dell'autore alla 1 guerra del Golfo. Il fil rouge del film è il cambiamento delle convinzioni del protagonista, da giovane universitario che sogna l'onore nell'esercito a critico della guerra e della vita militare. Questo percorso di vita che in pochi anni modifica gli ideali del protagonista non più che ventenne è intuibile dal film, dove vuoi per motivi di tempo vuoi per inferiorità esplicativa rispetto al libro, il concetto è solo suggerito, debolmente in alcune parti, meglio in altre. Swofford segue l'addestramento per diventare un Marine, il corpo scelto dell'esercito americano, e si specializza come tiratore scelto. Tra i soldati americani questi sono considerati delle prime donne, poichè seguono un duro addestramento che li vede supermotivati nell'andare ad uccidere qualcuno. Arriva la guerra, è quella del 1991 contro l'Iraq del defunto Saddam Hussein che invade il ricco staterello del Kuwait; i soldati sperano in una guerra lampo, in cui mettere a frutto le tante conoscenze e gli addestramenti seguiti e tornare vittoriosi a casa. Al contrario, trascorrono6 mesi nel deserto, "in attesa che i burocrati sciolgano la lingua" come dice un alto generale americano ai suoi uomini, cioè in attesa che la diplomazia fallisca e lasci la parola alle armi. Nel frattempo nel deserto arabo si soffre, ci si annoia e ci si diverte, conoscendosi e scontrandosi. Arrivano le lettere delle amate, delle famiglie, si viene lasciati dalle fidanzate, arrivano le notizie di nascite e si diventa papà. Usando la strategia della voce fuori campo, Swofford-Gyllenhaal racconta il ritmo della vita del militare, tra frustazione e spasmodica attesa. Non mancano le punizioni, i momenti goliardici ed anche una critica al modo con cui i soldati vengono indottrinati per relazionarsi con la stampa. "Questa è censura. Che differenza c'è con Saddam? Noi siamo l'America, il paese della libertà" ma il sergente risponde "Tu hai firmato uncontratto, non hai più diritti". Tante parole, piccoli gesti e atti, portano a maturare nel protagonista la consapevolezza che la guerra e la vita militare non sono come se le aspettava. Poi la battaglia arriva: tutti corrono in trincea, ma Swofford resta immobile, a scrutare l'orizzonte da cui provengono i colpi, atterrito dagli eventi, facendosela letteralmente sotto. Le truppe cominciano a muoversi, i tiratori non sparano ancora. Sono gli aerei a combattere. C'è pure una scena di fuoco amico, che lascia increduli i soldati americani. Superata la duna, si assiste ad una delle due scene capolavoro del film: l'imbattersi in un'autostrada bombardata al confine con l'Iraq. L'occhio cade sui corpi combusti dei passeggeri, alcuni bruciati mentre tentavano di uscire dal veicolo, altri a terra probabillmente per cercare di spegnere le fiamme che avevano addosso. Arriva finalmente l'orrore della guerra, l'aspetto probabilmente meno tenuto in conto dai tanti soldati, galvanizzati dai superiori e formati più per giocare alla playstation che per combattere contro altri uomini. L'altra scena capolavoro è l'aggirarsi desolante dei marines nel deserto iracheno imbrattato di petrolio, dopo che la guardia repubblicana in fuga ha dato fuoco ai pozzi. Compare anche un cavallo sporco di petrolio, che dà un'immagine di distruzione ma sopratutto di alienazione, che completa la rassegna di aspetti che l'autore indica sulla guerra. Non manca una scena di isteria da parte di un ricognitore, colui che accompagna il tirotore per centrare il bersaglio, quando viene negato all'ultimo minuto il permesso a colpire un soldato iracheno <<Voi ne colpite uno solo, ora arrivano gli aerei che li fannofuori tutti>>. Il tiratore inveisce contro un superiore, sbraita, si dimena e piange perchè non ha potuto uccidere, mentre il compagno tiratore Swofford lo placa, sollevato in cuor suo di non aver sparato. La guerra finisce, loro non hanno sparato neppure un colpo. Sono partiti come corpo speciale, ma hanno condotto una guerra da fanti. Quasi a liberare tutta la tensione sviluppata, festeggiando la vittoria su Saddam, tutti sparano in cielo. C'è poi il ritorno a casa: la resa cinematografica è affrettata e debole, ma si intuisce il ritorno alla normalità, sofferta, perchè la vita è andata avanti, e se c'è chi torna da papà, c'è chi trova l'amata a casa con un altro uomo e chi si abbandona ai piaceri per dimenticare.
Ho scelto di recensionare questo film sul mio blog perchè non sempre i film di guerra mi colpiscono. Eppure stavolta è successo e credo che a colpirmi sia stato proprio questo scontro tra i sogni di un ventenne, la crudele verità e il cambiamento delle sue convinzioni. Leggerò il libro per saperne di più, visto che il film spesso è frettoloso e vorresti vedere e saperne di più, ma tuttavia lo consiglio a tutti coloro che credono che la guerra sia un male necessario, cioè quelli che sanno che la guerra è sbagliata ma talvolta va fatta: la guerra è sempre sbagliata e nonostante nel film si dica <<Ci hanno insegnato Non uccidere, ma io vi dico Vaffanculo>> la risposta finale a questa provocazione è <<Tutte le guerre sono diverse. Tutte le guerre si assomigliano>> perchè può essere diversa la causa, lo scenario, ma uguali sono le sofferenze, la morte, gli orrori che esse producono. August 14 In periodo di vacanze, non vi può esser miglior modo per ricordare la tragedia che stiamo vivendo nel Caucaso che una cartolina. Una cartolina che ovviamente non può che riportare gli orrori della guerra e per questo una foto scattata in un campo profughi è stata inserita nel blog con i "saluti" dall'Ossezia, regione contesa tra Georgia e Russia, non solo per motivi storici (l'Ossezia del nord o Alania è russa, quella del sud georgiana) ma sopratutto per i ricchi giacimenti petroliferi, di notevole interesse in tempi di crisi energetica per via della gran richiesta di risorse. La Russia del Dopo Putin ( perchè sulla carta Putin è primo ministro, mentre il nuovo presedente è Medvedev, ma nei fatti Putin è l'uomo forte dello Stato) mostra terribilmente i suoi muscoli, volendo indebolire lo staterello caucasico amico degli Stati Uniti, per logorarlo non potendo annetterlo (per rischio di ritorsioni internazionali). Il coraggio di Putin è oltre ogni limite: invadere uno stato sovrano, senza una motivazione consistente, sfidando apertamente gli Stati Uniti, bluffando con l'Unione Europea e facendolo all'indomani della partecipazione alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Pechino 2008 (che richiamano l'antica Pace Olimpica, periodo di sospensione di tutti i conflitti tra le poleis greche). Non c'è da schierarsi con la Russia ocon la Georgia, ma con la popolazione civile: le vittime sono quasi esclusivamente civili. Arrivano notizie di saccheggi, di rastrellamenti, campi profughi, esodi di massa, città messe a ferro e fuoco e certamente non si può pensare che si tratti di una guerra chirurgica, cioè finalizzata a distruggere obiettivi sensibili. Vista la concomitanza con le Olimpiadi, per celebrare il loro messaggio di pace, credo che sarebbe da considerare nel regolamento per la partecipazione alle gare la clausola che imponga alle nazioni partecipanti la sospensione dei conflitti in corso e dall'iniziarne di nuovi, pena l'espulsione della rappresentativa nazionale. Non è un'idea balzana, ma un ritorno alle origini: le Olimpiadi sono una palestra per l'Uomo, dove i competitori si cimentano in prove dove è rischiesto loro di esibire al meglio le loro capacità, in un clima di rispetto per l'avversario e onore per il vincente. Come si coniuga questo con la violenza della guerra? Se gli atleti gareggiano per la propria nazione, come si può dare onore ad una nazione che guerreggia e uccide in un teatro di guerra? August 13
Bimbi nel campo profughi vicino ad Alagir
July 25
Da Corriere.it
Da giugno ci sono strani incendi a Ginestra fiorentina. L'altra notte un tappeto persiano, nei giorni scorsi stracci e grembiuli per bambini. Il proprietario non aveva il coraggio di spiegare l'accaduto
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La casa del mistero (Foto Sestini) | Sa di film del terrore la storia degli incendi che misteriosamente, da giugno, divampano in due case confinanti di Lastra a Signa. L'altra notte un tappeto persiano ha preso fuoco nella camera da letto. Solo l'ultimo degli strani episodi che hanno visto andare in fiamme giocattoli, stracci, grembiuli e materassi.
IL PROPRIETARIO. «Non vi ho chiamati prima e per telefono non vi ho spiegato cosa stesse succedendo perché temevo che non mi credeste». Così ha detto ai carabinieri il proprietario dell'abitazione di Ginestra fiorentina dove si stanno verificando gli incendi misteriosi. L'uomo ha 39 anni e mercoledì ha chiamato i carabinieri perché il suo tappeto aveva preso fuoco. Nella telefonata ha chiesto aiuto ma senza spiegare il motivo. Aveva paura che non gli avrebbero mai creduto. E ora la famiglia vorrebbe evitare pubblicità:«Non vogliamo intrusioni nella nostra vita, c’è la privacy».
GLI OGGETTI IN FIAMME. Dallo scorso giugno e sempre di notte divampano strani incendi, «inspiegabili» secondo vigili e carabinieri, in due abitazioni confinanti a Ginestra fiorentina. Il primo episodio riguardò una macchina giocattolo coperta da un telo. In quel momento si pensò a una sigaretta spenta male. Ma poi (10 e 13 luglio) hanno preso fuoco anche uno strofinaccio, una sedia in legno, altri giocattoli e un grembiule per bambini. L'ulimo episodio è di ieri sera, quando è andato in fiamme un tappeto che era nella camera da letto e uno straccio da cucina che era nello sgabuzzino. Nella stessa abitazione, il 17 luglio, avevano preso fuoco un cuscino e un materasso mentre erano presenti i vigili del fuoco. Questi, rimasti non poco impressionati, avevano perlustrato la casa, senza trovare alcuna traccia di materiale infiammabile.
I VIGILI. Non c'è nessuna causa apparente, secondo i vigili del fuoco che stanno procedendo agli accertamenti. I pompieri stanno confrontando le relazioni fatte nei vari interventi. Inizialmente infatti non avevano destato particolare attenzione vista la scarsità dei danni e degli eventi. «Ad ora - hanno detto - l’origine degli incendi non è stata definita e sarebbe prematuro azzardare una spiegazione».
IL PRECEDENTE. Gli abitanti di Lastra a Signa non ricordano vicende simili. Ma i fatti ricordano quanto avvenne nel 2004 nella frazione di Canneto, a Caronia (Messina), dove ci furono alcuni incendi misteriosi in un piccolo gruppo di abitazioni. Su quei casi la procura di Mistretta aprì un’inchiesta, poi archiviata nel giugno del 2008. Secondo i periti della procura, non c’erano dubbi: dietro gli incendi c’era un intervento umano. Furono una quarantina gli abitanti del borgo a denunciare i roghi.
Alessandra Erriquez | July 21 Immaginate uno specchio e un'immagine del vostro corpo restituita in maniera orrenda: rompereste lo specchio, al diavolo i 7 anni di sfiga. E se il problema fosse chi guarda? Cioè, se non fosse il corpo di chi si specchia ma la testa di chi guarda? Non è un discorso assurdo, ma una delle possibili realtà che il nostro cervello può nascondere. Lo dimostrano i racconti di tante persone che ne sono afflitte, l'ultima in ordine di tempo è una bellissima ragazza, una di quelle che ci si sogna e che invece ha passato la sua vita a tormentarsi, tra trucchi e pensieri suicidi, inconsapevole della sua bellezza. Questo fin quando non ha scoperto che vedersi brutti può essere una malattia, che come tale va curata. E' una problema degno di nota, in una società che vigliaccamente insegna piuttosto a come apparire e non a come essere, per questo è importante conoscerlo.
da Corriere.it
MILANO - Una vita d'inferno, davanto allo specchio. Quella di Danielle Nulty, 26 anni, fisico da modella, potrebbe essere etichettata come la storia della bella, nella realtà e della bestia, quando si vede riflessa. Migliaia di ragazzine, vedendola, avranno sognato di essere come lei. Eppure la giovane, guardandosi allo specchio, vede riflesso un mostro anziché la bella donna che nel tempo è diventata.
■ Audio - lo psichiatra: «Ore e ore a guardare difetti immaginari»
LA DIAGNOSI: «DISMORFOFOBIA» - Rughe profonde e zampe di galline le segnano il bel volto, simile a quello di un'ottantenne nella sua immaginazione. O all'aberrante strega di Biancaneve, stando alla descrizione che lei stessa traccia sulle pagine del britannico "Daily Mail". Dopo 11 anni di sofferenze, con pensieri suicidi che si facevano largo nella sua mente, le è stato diagnosticato il disturbo di dismorfismo corporeo o dismorfofobia. Ora è in cura con antidepressivi sviluppati ad hoc per questo disturbo. «Finalmente ho imparato ad accettarmi per quella che sono», afferma convinta come se le deformità osservate con orrore allo specchio fossero davvero reali. «Ho vissuto un'infanzia felice e serena - assicura la giovane ripercorrendo la sua insolita e triste vicenda - ma con la pubertà sono iniziati i guai». Ma da quando aveva 13 anni sono iniziati i guai con la sua immagine riflessa. Guardandosi allo specchio la giovane scova il volto di una vecchia donna, con rughe dappertutto, persino attorno alle labbra.
A 15 ANNI SI VEDEVA DI AVER PERSO I CAPELLI - A 15 anni si convince di aver perso i capelli, mentre i suoi occhi le appaiono piccolissimi, microscopici, inguardabili. A 16 anni smette di socializzare, intimidita dal suo aspetto. Trucchi, vestiti e accessori diventano la sua unica ragione di vita, alleati preziosi per mascherare un corpo e un viso mostruosi. Nel 2006, finalmente, alla tv guarda un documentario su persone alle prese con questa patologie. «Gente normalissima - ricorda - addirittura, in alcuni casi, attraente, ma convinta di un aspetto mostruoso. Ho pensato: "sembrano me, provano quel che io stessa sento"». Così è giunta la diagnosi e la cura. «Dovrò convivere tutta la vita con questo disturbo - riconosce - ma quanto meno ho imparato a tenerlo sotto controllo». E anche la sua vita sembra ormai essere tornata a una normalità apparente. Danielle oggi lavora e ha un fidanzato. July 14
Gli italiani hanno improvvisamente scoperto cosa significa l'emigrazione non per chi la vive, ma per chi la riceve, divenendo immigrazione. I racconti dei nonni, degli zii d'America e di Germania, fanno emozionare un po tutti, con flash che delineano una valigia di cartone, una giacca consunta, un fazzoletto in testa e qualche spicciolo in tasca. Meno oggi ci si emoziona per chi muore in mare al largo di Lampedusa vestito in modo più o meno simile ai nostri parenti, magari solo, con un colorito più "acceso" della pelle. C'è paura: l'immigrato è il diverso, è pronto a tutto pur di fare sopravvivere, è da sfottere sulla spiaggia o da perseguitare in città perchè porta disordine, sporcizia, tristezza. Abbiamo forse scoperto quanta tristezza devono aver provato coloro che partirono dall'Italia senza soldi per cercare la "fortuna" e arrivarono in paesi che similmente al nostro oggi usavano metodi discriminatori più o meno velati, seppur con gli eccessi del tipo "Sono vietati gelati, cani e italiani nel negozio", con la differenza che dopo 50 anni non siamo stati in grado di imparare dagli errori altrui, di capire cosa va fatto per aiutare e cosa per tutelarci, senza scadere nel ridicolo "pugno duro". A tal punto che la paura per gli immigrati clandestini di essere rimandati nel loro paese, tra guerre e povertà dalle quali erano fuggiti pagando biglietti altissimi ad associazioni criminali che proliferano indisturbatamente, li spinge a diventare gente ombra, che si nasconde negli angoli bui delle città, che occupa la palazzina in via di costruzione, che evita di andare in ospedale per non essere "consegnati". Non è sentimentalismo da quattro soldi o "buonismo di sinistra", espressione ora di moda: è una seria provocazione a tutti i benpensanti dalle soluzioni in tasca. I movimenti dei popoli sono da sempre stati il veicolo di trasmissione di malattie e di origine per le epidemie. Popolazioni economicamente svantaggiate, denutrite, che vivono in precarie condizioni igieniche: un resort per le malattie. Sapere che queste persone fuggono l'assistenza sanitaria non deve farci essere contenti "che soldi pubblici vengano sprecati per i clandestini" (cosa già orrenda considerando il che il clandestino è una persona che come tale va rispettata) ma deve allarmarci: lo strumento più forte che il mondo occidentale possiede per difendersi dalle epidemie che una volta falciavano i popoli è il sistema sanitario, che controlla le patologie grazie al suo servizio capillare sul territorio, aperto a tutti e gratuito. Se queste persone non ricorrono alle cure sanitarie, viene meno la vigilanza su potenziali malattie che possono diffondersi tranquillamente nel buio delle comunità clandestine, salvo poi approdare nella società "civile" italiana e creare allarme prima che panico. Segnalo questo articolo tratto dal sito del Corriere della Sera.
MILANO - L'immigrato, anche se clandestino, ha diritto in Italia all'assistenza medica d'urgenza e di base. Lo stabilisce il codice Stp (straniero temporaneamente presente), contenuto nel Testo Unico sull’immigrazione del 1998. Un diritto e un principio di cui in pochi sono a conoscenza, in modo particolare tra gli stessi migranti extracomunitari. La «clandestinità sanitaria» è una piaga gravida di disastrose conseguenze, un’emergenza – sostengono medici e associazioni di volontariato – aumentata in modo esponenziale da quando è all'ordine del giorno l'introduzione del reato di clandestinità.
C'è un clima di terrore diffuso che tiene lontani gli immigrati dagli istituti di cura. E’ quanto denuncia la Simm, Società italiana di medicina delle migrazioni, che ha attivato un osservatorio su tutto il territorio nazionale. E la paura, complice la disinformazione e l’isolamento, potrebbe contagiare anche gli stranieri con regolare permesso di soggiorno. «Abbiamo paura, ad esempio, di un aumento dell’aborto clandestino o del ricorso alla medicina fai da te», spiega la dottoressa Graziella Sacchetti, ginecologa e membro del consiglio direttivo della Simm. «Una piaga che può avere conseguenze anche su larga scala, pensiamo all'ipotesi di un'epidemia che, nella sua fase iniziale di propagazione, sfugga al controllo medico». Dati e testimonianze in merito sono stati raccolti tra le oltre cento strutture che in tutta Italia, tra centri e ambulatori, si occupano dell’assistenza sanitaria agli immigrati.
Proprio gli ambulatori, nati in seno al mondo del volontariato laico e religioso, hanno svolto in questi anni un lavoro importantissimo per gli immigrati, soprattutto quelli irregolari, affiancando il servizio Sanitario nazionale. «La non chiarezza dei percorsi, le modifiche normative in corso, la fragilità sociale si è manifestata con il significativo utilizzo delle strutture ambulatoriali – spiega Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas di Roma – poiché per molti immigrati non è possibile accedere ad altri servizi sanitari».
L’Oikos di Bergamo accoglie 1.300 nuovi stranieri per un totale di 3.800 visite all’anno; mentre sono 7.000 gli immigrati che frequentano regolarmente l’ambulatorio di assistenza della Caritas diocesana di Roma, per un totale di 20.000 tra visite e prestazioni ogni anno. Il Naga di Milano arriva a quasi 23.000 prestazioni all’anno, comprese le 1.400 chiamate di «medicina di strada», con cui vengono assistiti immigrati e indigenti impossibilitati a raggiungere la struttura. Secondo molte associazioni di volontariato le regioni non avrebbero risposto in maniera esaustiva alla direttiva del Testo Unico sull’immigrazione, che indica negli ambulatori di base le sedi per le cure previste dal codice Stp. «Molte regioni non hanno istituito gli ambulatori – continua Geraci della Caritas – anche se, ad esempio, nel caso dell’Umbria e della Toscana sono state fornite valide alternative. Però, in generale, gli immigrati sono costretti a rivolgersi al volontariato o, in ultima istanza, al pronto soccorso».
Marco Todarello (Agr) July 13
l dottore che ha cambiato la storia della cardiologia stava per compiere 100 anni Era al centro di un impero costruito a colpi di invenzioni in collaborazione con la Nasa
Si ferma il cuore di DeBakey il medico che inventò il by-pass
di ELENA DUSI
Micheal DeBakey in una foto del 1963 IL MEDICO che curò se stesso avrebbe toccato i cent'anni fra poche settimane. Michael DeBakey, il re americano dei cardiochirurghi, è morto venerdì "per cause naturali", si limitano a dire i colleghi del Methodist Hospital di Houston. Il "suo" ospedale era al centro di un impero costruito a colpi di invenzioni, macchine per la cardiochirurgia e cuori artificiali creati con il contributo della Nasa, diligentemente brevettati in 70 anni di carriera. DeBakey ha curato i presidenti americani da Lyndon Johnson in poi e ha guidato la mano dei cardiochirurghi che nel 1996 applicarono 5 by-pass al capo del Cremlino Boris Eltsin. In cambio della consulenza, nel 2000 divenne il primo medico straniero ammesso nell'Accademia delle scienze russa. In patria e fuori, DeBakey ha infilato le mani nel petto di 60mila pazienti. È stato il medico di Marlene Dietrich, Jerry Lewis e Aristotele Onassis. Nell'epoca in cui i cardiochirurghi erano stelle della vita mondana (Christiaan Barnard, autore del primo trapianto di cuore nel 1967, amava farsi fotografare accanto a Gina Lollobrigida o Sophia Loren), DeBakey sposò in seconde nozze un'attrice tedesca che aveva incontrato alla festa di Frank Sinatra. Rispetto a Barnard, il medico di Houston fu sempre più prudente e non esultò alla notizia del primo trapianto di cuore (il paziente sopravvisse 18 giorni). Al suo vice, che si azzardò a impiantare in un paziente in fin di vita il cuore artificiale messo a punto insieme, tolse il saluto per 40 anni. Ma quando a 97 anni anche lui sentì l'improvvisa fitta al petto che segnala un attacco di cuore, i migliori colleghi di una vita si ritrovarono in sala operatoria per salvarlo.
Ci riuscirono per un pelo, grazie al by-pass che DeBakey nel 1964 aveva inventato ma che mai era stato sperimentato su un paziente quasi centenario. In 7 ore di intervento e 7 mesi di riabilitazione, il Methodist spese un milione di dollari per salvare il suo "gioiello". "Avrei preferito morire", disse lui al momento dell'attacco (rottura di un aneurisma dell'aorta), salvo poi ringraziare i medici che contro ogni ragionevolezza - vista l'età - avevano deciso di operarlo: "È un miracolo se sono ancora qui". Il suo cervello si era ripreso, ma per l'organismo il colpo era stato duro. Tra le corsie continuava ad aggirarsi su una sedia a rotelle. In compenso la tecnica del by-pass (nel '64 per la prima volta DeBakey prelevò il tratto di una vena dalla gamba e la usò per sostituire il frammento dell'aorta danneggiata) oggi viene usata 500mila volte all'anno solo negli Usa. La "pompa ruotante" che inventò a 23 anni da studente fa ancora funzionare le macchine cuore-polmoni, gli apparecchi che consentono le operazioni "a cuore aperto". Con la Nasa, nel '98 DeBakey sviluppò un cuore artificiale temporaneo grande come una pila, che per pompare il sangue usava il sistema di iniezione del propellente nei motori dello Shuttle. July 11 E' un risveglio sotto choc per i giovani termolesi e per tutti i protagonisti della movida cittadina. Ieri sera, quasi in sordina, arriva la notizia pubblicata sul sito di informazione locale Primonumero.it della nuova ordinanza del sindaco Vincenzo Greco in materia di orari dei locali pubblici, con la quale si porta l'orario per spegnere abbassare il volume della musica dalle 2 all'1, con l'eccezione dei locali da ballo fuori città (e ci mancherebbe). Resta invariato l'orario di chiusura alle 2 di notte, in più nell'rodinanza si legge delle limitazioni imposte agli strilloni pubblicitari per girare per le vie del centro nei giorni festivi e la domenica e in determinati orari negli altri giorni. L'obiettivo dichiarato dal sindaco è di «tutelare la salute e la tranquillità dei residenti e dei turisti limitando l'inquinamento acustico degli ambienti di vita interni ed esterni», però qualcosa non convince neppure il suo vice, che si è detto a conoscenza dell'ordinanza solo a cose fatte e che lui non avrebbe, in qualità di responsabile per il turismo, variato l'orario. Già, l'orario. A Termoli ormai sono 10 anni che c'è questa polemica sulla chiusura dei locali d'estate: il boom turistico degli anni 90 ha improvvisamente trasformato una cittadina tranquilla, poco abituata a drink e notti bianche, in una piccola Capalbio del Molise, affollata d'estate, con via vai che non si ferma prima delle 2, esplosione di locali, lidi balneari, sede di concerti e manifestazioni folklorike. Il Borgo Antico, da luogo tetro, da cui provenivano olezzi fastidiosi e evitato per il passeggio serale è diventato un enorme piazza comunale, pieno di locali e localini, alberghi, bred&breakfast e le abitazioni prima decadenti hanno trasformato le loro facciate e anche il loro valore sul mercato. Assieme a tutto ciò è arrivata la nuova pavimentazione, il sistema di videosorveglianza...Il corso di Termoli è stato ugualmente trasformato e si avvia a diventare una nuova isola pedonale, come lo sono del resto già alcune sue traverse. Eppure ai residenti il baccano estivo non è andato proprio giù. Come non compatirli, non è piacevole cercare di prender sonno tra risate, pettegolezzi e musica dance. Però Termoli non è stata la prima e nè sarà l'ultima città a scoprire il turismo: spesso ci si interroga sui motivi per i quali il turismo termolese è fermo e non decolla, probabilmente questi sono davanti agli occhi di tutti ma si fa fatica a decifrarli. Un lungomare inspegabilmente estromesso dall'organizzazione di eventi, sul quale non si investe in illuminazione ed infrastrutture, dove i ritardi si moltiplicano, come se si trattasse dell'ultima strada interpoderale; la camminata sotto al borgo, storica strada che costeggia il muraglione del Borgo, abbandonata per decenni a polvere ed erbacce, è stato avviato un cantiere che avrebbe dovuto regalarci uno dei posti più romantici di Italia con trabucchi, luci soffuse, vista tramonto, ma ovviamente è in ritardo e sarà forse finita per questo inverno; piazza S.Antonio, una balconata sul mare, lasciata nell'incuria più disperata, ma peggio è andata al Pozzo Dolce, recuperato parzialmente da un privato, è diventato ricettacolo per chi non ama l'affollamento del centro città nè gli occhi indiscreti, visto l'isolamento di cui gode sotto tanti aspetti quella zona così panoramica e caratteristica di Termoli. Ed infine arriva il De profundis della noche termolese: si anticipa lo spegnimento della musica all'1, che significa quindi che a quell'ora ci si può pure alzare, perchè a stare in religioso silenzio in una calda serata di luglio si preferisce stare a letto (magari in un quartiere di periferia dove scorrazzano ragazzi in scooter rumorosi che non sanno che fare vista la fine della serata in centro). Non è semplicismo questo: è realismo, quello di chi la notte vive la città e un po' pensa di conoscerla, essendoci un po' stupidamente affezionato.
Il motivo che ha spinto il sindaco è probabilmente nobile e sicuramente non nasconde altre intenzioni: l'inquinamento acustico è un problema dei nostri giorni non di secondaria importanza, chi scrive vive nel centro di una città universitaria ed è consapevole del fastidio addotto. L'inquinamento acustico è problematico per il sonno, la concentrazione, l'alimentazione e finanche per le difese immunitarie. Tuttavia credo che il fanatismo non serva: ottimo limitare gli strilloni, ma non decidere di interrompere la notte sul nascere. Sarebbe stato più saggio operare in modo prospettivo, imponendo una forte limitazione al traffico del centro città, il quale è reo della gran parte dell'inquinamento acustico, tra clacson e motori roboanti. Certamente sarebbe stata una limitazione dura ad accettarsi viste le cattive abitudini della vita odierna, ma almeno avrebbe avuto un senso. Interrompere la movida termolese un'ora prima cosa porta di meglio alla salute? Qualcosa? Ma sfido i residenti del centro a dire che ora dormirebbero meglio e con meno stress. Un blocco del traffico in centro o una forte limitazione avrebbe portato vantaggi enormemente superiori. Pensiamo ad una giornata intera nella quale non si sente il traffico dalla finestra del salotto o una sera in cui fino all'1 c'è musica alta e poi solo ragazzi che scorrazzano con motorini e che parlano...In quale situazione si vive meglio? Andando oltre l'aspetto acustico, questa decisione è una sciabolata anche per l'economia termolese: che senso ha venire a Termoli quando all'1 finisce tutto e si può andare nella vicinissima Campomarino lido o magari arrivare a Vasto? (percorrendo una strada da incubo, cimitero di tanti giovani).
Ieri sera le voci erano polemiche per il Corso ed in piazza, la decisione non piace proprio, anche se il trauma probabilmente arriverà sabato serà e nei giorni compresi tra S.Basso e Ferragosto, quando è di routine non tornare a casa prima dell 2. Qualcuno per il corso ha avanzato l'idea di una contestazione al primo cittadino da parte della gente della movida termolese (e dei gestori dei locali). Dopo i dati sui (mancati) arrivi dei turisti nel mese di giugno, probabilmente per le basse temperature, ma di sicuro non solo, questa ordinanza sa un po' di un manifesto funebre. Venuta poi da un sindaco che espressamente parlò di giovaniin campagna elettorale, cavalcò il malcontento delle giovani generazioni termolese per troppo tempo bistrattate dai piani culturali e di intrattenimento del Comune di Termoli ed ora, un po' a sorpresa, si mostra più distante di chi c'era nel passato. Non conta l'appartenenza politica, perchè in fondo sia gli elettori giovani di destra che quelli di sinistra, oltre a quelli di centro, non hanno mandato giù tanto volentieri questa decisione, che sembra basata più sull'anti divertimento che sulla tutela della salute dei residenti del centro città.
July 06 
«Bisogna che voi spiegate bene alla gente che l'acqua è un diritto, perché fino a quando le popolazioni considereranno l'acqua solo come un bisogno saranno disposti a pagare per averla». Sono le parole di don Silvio Piccoli, intervenuto al Forum italiano movimenti per l'acqua tenutosi ieri a Termoli. Oggi in Italia si parla di privatizzazione dell'acqua, ci sono lotte tra regioni limitrofe per accaparrarsela ( ad esempio tra Molise e Puglia) e si discute sul valore dell'acqua e sopratutto sul suo costo. Tuttavia ci sono regioni del mondo che non hanno la possibilità di usufruirne o che per ragioni climatiche sono carenti di acqua, per le quali il valore dell'acqua non è più di ambito economico, ma etico: se l'acqua diventa merce, che succede a chi non può comprarla? E' quindi giusto considerarla come tale? Sono venuto a conoscenza dello sforzo dell'Associazione Alfredo Gargano per la costruzione di un pozzo in un villaggio in Uganda e ho scelto di diffondere il loro progetto, ma sopratutto di sostenere il loro sforzo per cercare fondi, perchè quelli sono necessari per realizzare le infrastrutture atte a garantire l'acqua: pozzi tubature, fontane. In Italia sembra che il 60% dell'acqua che è trasportata negli acquedotti sia persa per strada, in Uganda (come in altri paesi del continente africano) mancano del tutto gli acquedotti e l'acqua è attinta dai fiumi e dai laghi, se va bene da qualche pozzo. Internet è un grande mezzo e va usato nel miglior modo possibile: come a voler mettere un megafono a fianco ad un formicaio, così la rete può amplificare l'operato di tante persone che costruiscono un futuro migliore.
Per le donazioni a favore dell'Associazione Alfredo Gargano
BANCA DELLA CAMPANIA: C/C bancario n° 1292286 IBAN: IT19G0539278600000001292286 July 03 
Quelli di Ingrid Betancourt in questa foto sono gli occhi più belli del mondo: sono tornati ad essere vivi. Per chi ha seguito il caso e si è sentito coinvolto seguendo i figli della Betancourt, ascoltando gli appelli e vedendo il tanto impegno contro una forma brutale di militanza politica, che difende ideali di liberazione utilizzando le più turpi metodiche, da ieri sera vive un momento di vera gioia. <<E' la notizia più bella della mia vita>> ha detto il figlio Lorenzo e non si può stentare a credervi, perchè pensava di aver perso nel nulla la madre e di doverla ricordare solo attraverso le immagini dell'infanzia o i racconti altrui ed ora finalmente può ritornare ad abbracciarla e a crescere imparando tanto da questa donna dalla carica straordinaria. Magari in questa foto Ingrid ha perso il suo fascino, apparirà pure invecchiata, ma non è più il fantasma di una donna che avevamo visto in tv da un video diffuso dai combattenti delle FARC. E' una donna che è stata privata della sua vita per 6 anni solo per aver aver creduto che una società senza narcotrafficanti e senza corruzione potessere essere possibile anche in Sudamerica: ora è tornata libera, insieme agli ostaggi che con lei erano detenuti. Magra, invecchiata, ma con degli occhi che esprimono una gioia che probabilmente a parole non può essere spiegata, compresa solo da chi ha vissuto un'esperienza come la sua. Sono gli occhi che sono mancati a tanti rapiti nel mondo che non hanno avuto questa fortuna. Bentornata Ingrid!
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