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    September 26

    Sorrisi bianchi

    Fino al qualche anno fa all'ingresso di Termoli c'era un grosso manifesto con un ragazzo fotografato sul belvedere di piazza S.Antonio con scritto "Sorridi, la vita ti sorride" sul quale spesso mi fermavo a riflettere su quanto sia importante il sorriso e il buon umore. Una giornata iniziata con un sorriso e un saluto ricambiato è diversa da una che inizia con lo sguardo basso e con l'indifferenza di tutti. La medicina spiega che il sorriso è il nostro antidolorifico naturale, perchè il buon umore permette il rilascio di endorfine che riducono le nostre sensanzioni dolorose e migliorano l'umore e i pensieri. Considerazioni banali, ma che in ambito ospedaliero, dove maggiore è la percezione del dolore e della sofferenza, diventano basilari. Finalmente la scorsa settimana ho visto il film su Patch Adams, il medico che rivoluzionò il rapporto dottore-paziente attraverso la cosidetta terapia del sorriso, la clown terapia. A lui bastava una pipetta rossa sul naso e qualche palloncino per far sognare pazienti piccoli e grandi, alienandoli da quella realtà sofferente e asettica in cui si trovavano a dover vivere. Se non l'avete visto, ve lo consiglio, perchè se pure potrebbe sembrare qualcosa di interesse medico, in realtà è di grande interesse culturale. Patch Adams, tra mille resistenze e perplessità da parte di colleghi e professori, puntò dritto al suo obiettivo, quello di riportare il medico ad un rapporto diretto col paziente e di scardinare il rapporto medico-malattia. A pensarci bene, il messaggio di Patch non ha nulla di rivoluzionario, anzi, è piuttosto conservatore: è fatto di una mimica, una retorica e un modo di pensare slegato dall'encicolpedismo medico e più vicino ad una medicina di segni e parole che ricorda quella dell'antichità. Tuttavia è sembrato strano, forse stupido, che uno studente di medicina e poi un medico si dedicasse al paziente come se fosse una persona e non piuttosto alla sua malattia. Ma io non credo che si possa fare questa distinzione: come esiste la malattia se non esiste il paziente? Oggi la scienza ha dato ragione a questo metodo ed ormai l'approccio medico-paziente èdiventato parte della formazione semeiotica di uno studente di medicina. Ci sono organizzazioni nel mondo che tengono vivo, moltiplicandolo, l'impegno di Patch, formando gruppi di clown-terapia, composti da medici, studenti e non solo che si recano nei reparti ospedalieri, ottendendo sempre grande successo tra i pazienti. Talvolta si trova il paziente più scettico, quello restio a farsi travolgere dal sorriso e sono queste le vere sfide per un dottor clown: convincere anche i pazienti che il sorriso è la prima medicina da prescrivere per quasiasi terapia.Per quanto difficile possa risultare prescrivere il sorriso ad un paziente affetto da una malattia cronica, non bisogna rinunciare a farlo. Anche perchè gli effetti sono sempre positivi: non c'è bisogno di trucco, parrucche e nasi finti, basta una buona esercitazione al sorriso e a guardare il paziente dritto negli occhi. Un sorriso fatto con gli occhi vale molto di più di un ghigno di denti. Per capire cosa il paziente prova, basta semplicemente guardare i suoi occhi. Non si può descrivere a parole, ma facendolo si capisce immediatamente il sollievo che sista dando al paziente. E' questo il senso più profondo della medicina, quello che nessunodeve insegnarci perchè è dentro di noi e va mantenuto o al limite ritrovato e custodito. Spesso i pazienti si sorprendono e ringraziano per un sorriso in più, una stretta di mano, una chiacchierata, anche breve, ma dopo tutto, può sembrare strano comportarsi da esseri umani? Chiamare il paziente per nome, sforzandosi di ricordarselo, è il miglior modo per supportarlo nella terapia, specie quando essa è lunga e difficoltosa: il nome, e non il cognome, crea un'intimità dignitosa che lega i due in un rapporto che più stretto è e più è forte per vincere il nemico comune, la malattia. Patch questo insegna, o più correttamente, ribadisce. Il suo più grande merito è quello di aver ripreso in mano la dignità della medicina e di averla sbandierata, urlando, sorridendo, al mondo medico che sapere a memoria tanti concetti non serve a nulla, se non si è in grado di parlare con la persona che soffre.

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