La Regione Molise risparmia sulla sanità. Si sa come vanno le cose da queste parti: il deficit sanitario è elevatissimo, il debito pro capite dei cittadini uno dei più alti d’Italia, e il sistema impone un risparmio consistente, pena il tracollo economico. Si chiama Piano di Rientro, ed è quel famoso documento sottoscritto da Michele Iorio con il Ministero della Salute e quello dell’Economia (l’accordo è stato siglato il 27 marzo 2007). Prevede il taglio delle spese in eccesso, ma deve garantire il livello dei servizi ai cittadini-pazienti. Nelle intenzioni è uno strumento addirittura positivo, perchè dovrebbe razionalizzare i costi delle Asl e risparmiare sugli sprechi. Nei fatti, le cose sono un po’ diverse. Mentre si tagliano i posti letto – quindi i servizi – non si toccano gli incarichi – cioè le poltrone. Un po’ alla volta, emergono piccole cose che però hanno un grande significato per le famiglie delle persone malate, e che alzano il velo su un Piano pensato per mantenere inalterati i privilegi di chi dirige – e non sempre bene, come dimostra la cronaca giudiziaria recente – le Asl, penalizzando i fruitori dei servizi, cioè i pazienti. A rimetterci, soprattutto, sono i leucemici. Dopo aver soppresso le pensioni mensili ed eliminato i rimborsi viaggio e le indennità giornaliere per i bambini malati costretti a curarsi a Roma e Pescara e ora senza più aiuti economici, la Regione Molise taglia anche sui farmaci.
Il caso del signor M. (non facciamo il nome per ragioni di privacy) è emblematico: è malato di leucemia e si trova nella fase terminale della malattia. Percepisce una pensione di 600 euro al mese, con la quale deve pagare la casa, le bollette, il cibo e gli abiti per se stesso e la moglie. Avrebbe diritto all’accompagnamento, eppure aspetta da un anno di vedere i soldi promessi dalla Asl. Finora, niente. A questo si aggiunge l’ultima novità del risparmio sanitario: i farmaci di classe C, che fino a questo momento gli venivano concessi gratuitamente, adesso se li deve pagare lui.
I farmaci di classe C sono la maggior parte: antidolorifici a antinfiammatori, collutori e colliri, farmaci per lo stomaco, sedativi, ansiolitici, fermenti lattici. Insomma, la categoria contempla un po’ di tutto. Si tratta di medicine ritenute non vitali, quindi non mutuabili. Le paghiamo tutti, ma fino a qualche mese fa erano esonerati da questa spesa i “soggetti affetti da malattie rare, i detenuti e gli internati”. Il signor M., affetto da leucemia che è ancora considerata malattia rara, aveva i farmaci direttamente dalla farmacia della Asl, gratuitamente. Ma ora non è più così. Adesso, grazie alla delibera n.552 della Giunta regionale del Molise, le medicine non indispensabili le deve acquistare di tasca sua, con i soldi della pensione che già non bastano per il resto. Il fatto è che quelle medicine per lui sono indispensabili. La leucemia crea mille complicazioni, e anche un semplice colluttorio (8 euro al flacone per 4 giorni di somministrazione) può diventare necessario per non peggiorare, per esempio, le infezioni delle mucose. E’ un esempio, appunto, e di esempi simili al centro Trasfusionale di Termoli ce ne sono parecchi. Chiediamo a un’infermiera la media di pazienti giornalieri che si recano nel Day Hospital per la terapia. «Tra 8 e 10, tutti i giorni». I tre letti e le cinque poltrone del reparto sono occupati quasi sempre, a dimostrazione che il problema della leucemia non è nemmeno tanto raro da queste parti. Tutti i pazienti devono ora sborsare di tasca propria il denaro per accedere ai farmaci di classe C.
E non solo. La stessa delibera, che ridisegna quelli che in gergo si chiamano “livelli ulteriori di assistenza” (abbreviato Lea) stabilisce anche che i disabili non hanno più diritto alla riabilitazione gratuita in acqua, e che i soggetti malati di insufficienza renale non possono contare sulla gratuità degli alimenti senza proteine: se voglio mangiare senza avvelenarsi, devono tirar fuori i soldi. La nuova sanità molisana nasce sotto i peggiori auspici.
Una nuova storia di violenza senza senso, da parte di chi dovrebbe rappresentare la razionalità e la legge: questa volta capita a Parma e vede protagonista un 22enne ghanese accusato di spaccio di droga, brutalmente fermato dai vigili parmensi. Emmanuel "negro", un ematoma all'occhio, denudato e sbattuto in cella: non si tratta delle scene di Real Tv, ma di quello che denuncia il giovane stesso, presentando il verbale che sotto tortura è stato costretto a firmare e il referto medico stilato il ospedale dopo il suo rilascio. Non entro nel merito dell'accusa, grave anche se da provare in uno stato di diritto dove c'è al governo una maggioranza di "garantisti", ma sui modi: ancora una volta c'è da vergognarsi e ribellarsi a tutto ciò. A peggiorare la situazione, l'encomio del Comune di Parma al lavoro svolto dai Vigili. Se avessimo letto di questo su un libro di storia aperto a caso, avremmo pensato subito di essere incappati in una pagina che descriveva i metodi dello squadrismo fascista. Oggi invece, molti giustificano, minimizzano e accusano chi definisce tali questi metodi come ipocriti. La tv ci ha abituati a vedere i filmati della polizia americana, che ferma molto più brutalmente le persone, ma attenzione: siamo in Italia! Noi siamo il Paese nato dalla tragedia del nazifascismo, che ha vissuto la follia delle leggi razziali, dello squadrismo, del totalitarismo fascista, rischiando di sgretolarsi dopo aver perso tanti patrioti per costruire l'Italia unita. Giurammo di essere migliori, scrivendo la Costituzione, ma sopratutto giurammo di non essere mai più così. Il noi è retorico probabilmente, perchè materialmente non giurammo noi di oggi, ma è anche patriottico: nella Costituzione si deve riconoscere chi è italiano. E la Costituzione non ammette deroghe, punti di vista, rivisitazioni. Qualcuno ora ricorda le foto scattate a Termoli, dove una brutalità simile si è verificata lo scorso mese di agosto, tra le critiche di chi vide quegli atti. Xenofobia e razzismo si diffondono sempre di più e non bisogna impaurirsi nel denunciarlo: chi ama l'Italia deve farlo per il bene di questo paese. Gli ebrei di ieri sono i rom, i rumeni, gli africani di oggi: il razzismo è uno solo, cambia solo l'"obiettivo sensibile". Accanto ad essi, si diffonde l'ipocrisia: la filosofia del potere oggi sembra suggerire l'idea della giustizia "a doppia faccia": garantista coi potenti, forcaiola con i deboli. Forse è questa la grande ingiustizia dell'Italia moderna, che non possiamo non combattere.
Da Repubblica.it
Accusa i vigili di razzismo: "Picchiato, spogliato, offeso"
"Picchiato, spogliato, offeso"
La denuncia presentata ai carabinieri da uno studente ghanese. Scambiato per un pusher, ammanettato e trasportato nella cella del comando. "Sulla busta dei documenti che mi hanno riconsegnato c'è scritto Emmanuel negro. Mi hanno messo davanti un pezzo di 'fumo' e di hanno detto confessa"
di Giacomo Talignani
L'hanno fermato all'uscita da scuola, braccato, pestato: un piede sopra alla testa, le manette e poi le botte, anche all'interno della macchina di servizio. Sette agenti della polizia municipale di Parma – questa la denuncia fatta in mattinata ai carabinieri del Comando locale – hanno aggredito alle 18,25 di ieri al parco cittadino ex Eridania Bonsu Emmanuel Foster, giovane studente ghanese di 22 anni – riducendolo con un occhio nero, una gamba malmessa (il ragazzo zoppica) e diverse lesioni, come testimonia il referto ospedaliero. Ancora una volta, dunque, i vigili urbani di Parma – la città della carta dei "più poteri ai sindaci e alla polizia municipale" finiscono nella bufera, dopo l'episodio della prostituta abbandonata a terra nella cella di sicurezza. Un nuovo grattacapo per l'assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi e il sindaco Pietro Vignali, che solo due settimane fa ha presentato un pacchetto di sette ordinanze, ora allo studio di Roma e Bologna. L'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Una) del ministero delle Pari opportunità ha aperto un'inchiesta per far luce sull'episodio.
Portato al comando della polizia municipale il giovane è stato fatto spogliare, perquisito e sbattuto in cella. Il giovane racconta di essere stato insultato: insulti razzisti. Gli è stato negato il permesso di telefonare a casa: solo alle 23 è arrivato il padre dello studente. Senza spiegazioni plausibile davanti a quell'occhio nero "mi hanno detto che era caduto ed era stato fermato perché non voleva dare le sue generalità" ha detto il padre, il giovane è stato rilasciato. E la polizia ha consegnato alla famiglia Bonsu una busta del Comune di Parma contenente i verbali con scritto sopra: "Emmanuel negro". Solo oggi la famiglia ha sporto denuncia e chiede, insieme alla comunità ghanese, scuse ufficiali e spiegazioni.
L'aggressione Come ogni giorno Emmanuel Bonsu Foster, 22 anni, ghanese regolare, è andato a scuola intorno alle 18,15. Le sue lezioni all'Itis serale di via Toscana, di fronte al parco ex Eridania, iniziano alle 18,45. Il giovane è entrato in classe con anticipo, ha posato la cartella (in cui c'erano i documenti d'identità) ed è sceso in strada a fare due passi nel parco, aspettando l'inizio della lezione. Sono le 18,25. "Ho visto due uomini che parlavano dietro di me al cellulare – racconta – e un altro che si è avvicinato. Di colpo l'uomo da solo si è avvicinato senza dire niente, senza identificarsi e mi ha preso le mani. Gli altri due sono arrivati di corsa e mi hanno accerchiato. Ho preso paura, mi sono liberato e sono scappato". Emmanuel, gracile, alto non più di un metro e settanta e che dimostra meno anni di quel che ha, inizia la sua fuga disperata. In poco tempo arrivano altri tre agenti. Solo uno, secondo il ragazzo, da come è vestito "si capiva che era della polizia". Emmanuel fugge per il parco ma viene rincorso e atterrato. A pancia in giù sull'asfalto "mi hanno messo un piede sulla testa" e "hanno cominciato a menarmi. Poi le manette. Uno mi ha colpito con un pugno al volto". Nell'aggressione "gli agenti credo abbiano usato manganelli o forse erano bottigliette d'acqua, non so". Il 22enne viene fatto salire sulla macchina della polizia municipale. Con le manette ai polsi "hanno continuato a colpirmi finché non ho smesso di dimenarmi" e "mi davano del negro". Un "negro", Emmanuel, che fra pochi mesi andrà a lavorare come volontario nella comunità di recupero di Betania per tossicodipendenti, la stessa dove adesso è ospitato Matteo Cambi.
Sbattuto in cella Senza chiare giustificazioni, a quanto riferisce il giovane, "mi hanno detto che ero scappato e per questo mi hanno arrestato". Emmanuel viene portato al comando di via del Taglio, lo stesso dove a metà agosto era stata rinchiusa una prostituta la cui foto a fatto il giro del mondo. Al comando lo fanno spogliare: "Mi hanno perquisito. Prima, al parco, mi avevano svuotato le tasche e preso il cellulare, la tessera dell'autobus, la tessera della biblioteca e qualche moneta". Emmanuel è completamente nudo. "Mi facevano girare fuori e dentro, fuori e dentro dalla cella. Avevo paura. Mi hanno obbligato a fare delle firme ma io mi sono opposto più volte, volevo chiamare a casa". Poi alla fine Emmanuel cede e firma il verbale.
L'accusa Oltre alla resistenza a pubblico ufficiale e il reato di non aver mostrato le proprie generalità Emmanuel viene messo sotto torchio. Insieme a lui al parco è stato arrestato uno spacciatore. Emmanuel racconta: "I vigili mi hanno accusato di una cosa che io non sapevo cos'era, mi hanno messo davanti una cosa marrone come cioccolato, poi mi hanno detto di dire la verità perché hanno trovato questa cosa. C'era un'altra persona nella cella e la polizia mi ha detto che questo ha confessato tutto e che mi conosceva. Però io questo non l'avevo mai visto. Non so chi era".
L'arrivo del padre Emmanuel chiede più volte di telefonare. "Mi è stato negato, ma sono maggiorenne e ne avevo diritto. Mi dicevano "negro muoviti" e poi…poi alle 22 hanno chiamato mio padre. Il papà di Emanuell, Alex Osei, metalmeccanico, in Italia dal '95, arriva al comando alle 23 insieme alla moglie Paulina. "Mi hanno detto che mio figlio era stato fermato perché era vicino ad uno spacciatore ma lui non ha voluto mostrare i documenti. Così l'hanno inseguito, dato che era scappato, e caricato in auto". Poi il padre, sotto choc appena vede il figlio, chiede agli agenti del comando: "Ma perché è ridotto così?. La risposta della municipale "è stata perché è caduto. Ma un occhio nero non te lo fai cadendo. Così io ho chiesto a mio figlio se era stato pestato. Lui ha detto solo sì". Il padre si infuria, chiede spiegazioni. "Ma quando ho alzato la voce e pronunciato la parola abuso mi hanno fatto il gesto con le mani di uscire. Mi hanno detto "Vai via". Ci hanno buttato fuori tutti". All'uscita, intorno alle 23, 15, nelle mani del padre, viene consegnata una busta con lo stemma del Comune di Parma: contiene i verbali e sopra c'è scritto "Emmanuel negro".
All'ospedale Al Pronto soccorso di Parma Emmanuel e la sua famiglia arrivano a mezzanotte. Spiegano ai medici dell'aggressione: gli viene certificato un' ematoma, una ferita alla mano e il fatto che non abbia mai perso coscienza. Medicato, con ghiaccio e pomate, il giovane viene accompagnato a casa dal padre. Vengo avvertiti gli amici della comunità ghanese.
L'epilogo Questa mattina la famiglia Bonsu si è riunita a casa di amici. Hanno raccolto tutto il materiale: la busta con scritto "negro", il verbale della municipale, il referto ospedaliero. Poi si sono diretti verso la caserma dei carabinieri, pronti a fare denuncia e "chiedere giustizia".
Il comunicato del Comune Alle 11.14 l'ufficio stampa del Comune di Parma invia un comunicato dove si congratula con gli agenti per l'arresto di un famoso pusher nella zona ex Eridania. "L'assessore alla Sicurezza Costantino Monteverdi ha ringraziato nella giornata di oggi gli agenti della Polizia municipale che, dopo alcuni giorni di appostamenti, hanno arrestato in flagranza di reato un pusher al parco Eridania: "E' stata un'operazione esemplare per professionalità, risultato e correttezza visto che erano coinvolti anche alcuni minori. Era una segnalazione che arrivava dai cittadini e per questo sono soddisfatto due volte, per aver dato una risposta ad una richiesta reale che arrivava dai frequentatori del parco e, secondo, perché la Polizia municipale ha dimostrato ancora una volta di essere all'altezza dei compiti assegnati". Tralasciando però quello che viene denunciato da Emmanuel Bonsu.
E' mia convizione il pensiero che tutto ciò che è debole sia destinato a concludere il suo tempo, mentre ciò che è forte perdura per sua natura. Un altra mia convinzione è che il razzismo sia un pensiero debole, perchè scaturisce dall'ingnoranza, dalla diffidenza di chi è abituato a vivere nel suo mondo, senza arrischiarsi di conoscere cosa ci sia intorno. L'integrazione è un pensiero forte e come tutte le cose robuste, ha bisogno di spazio e di tempo per realizzarsi, per cui anche se lentamente, ho sempre creduto che il futuro avrebbe portato alla sconfitta del razzismo e al diffondersi dell'integrazione: durante la globalizzazioneè quanto meno da cavernicoli essere razzisti. Eppure a quanto pare in Italia si va indietro e sono giunto ad un punto in cui non manifestarlo chiaramente, scrivendolo, mi sembra un comportamento da complice di questo regresso. E ciò che mi porta a graffiare questi concetti sul blog è l'ultima violenza, solo in ordine di tempo, avvenuta a Milano questa mattina: un ragazzo di19anni è morto preso a sprangate. Se si leggesse solo questo, credo che in un paese civile tutti avremmo orrore, non solo del fatto ma anche del posto. Se si aggiunge che il ragazzo è del Burfina Fasu, stato africano, sono convinto che in alcuni i sentimenti si sfumano. Invece in altri, tra cui il sottoscritto, si infiammano: che male aveva fatto il ragazzo? Era di ritorno da una serata con 2 amici, anch'essi africani, quando 2 balordi sarebbero scesi da un furgone bar e li avrebbero inseguiti, urlando insulti stomachevoli, fin quando Abdul non è stato raggiunto e preso a sprangate. In un paese civile e all'avanguardia, che è stimato e rispettato nel mondo, tutti dovremmo almeno essere allibiti e magari infuriati, pronti a scendere in piazza. Se poi fossi milanese, mi vergognerei profondamente che in una capitale mondiale accada un aggressione tanto violenta quanto futile. E' inutile nascondercelo: l'Italia manifesta con sempre maggior preoccupazione i segni del Paese intollerante e razzista. Questo di oggi non è un evento isolato, è l'ultimo aggiornamento di quello che sembra un bollettino di guerra. Nei mesi scorsi le aggressioni sotto il Colosseo a Roma a 2 coppie (quelle che la cronaca ci segnala) omosessuali colpevoli di passeggiare mano nella mano. Anche se fossi romano io oggi mi vergognerei, perchè la patria della civiltà occidentale, quella che difende la libertà e i valori, diventa scenario di un'aggressione in stile iraniano. E poi, potete, se volete, andarvi a leggere tutti i casi di violenza ed intolleranza in Italia degli ultimi anni e vedere quanto siano in aumento. C'è pure Termoli nel novero, dopo i noti fotogrammi dei vigili che trascinano come un sacco di patate a terra un indiano, fermato perchè vendeva abusivamente per strada, ma non meritorio di un trattamento, che almeno agli occhi dei passanti è sembrato quantomeno sgradevole.
Oggi mi vergogno di convidere la nazionalità italiana con gente che pesta altra gente. L'Italia è sempre stato il paese dell'accoglienza, del resto lo insegna la sua storia, fatta di tanti viaggiatori in rotta nel Mediterraneo ed è stata la patria di un grandioso impero, il più duraturo della storia, forte, perchè fondato sulla pluralitàdi popoli e culture. Ora l'Italia sembra perdere se stessa: noi italiano sembriamo diversi da quelli che siamo. Questo perchè siamo spaventati, timorosi, convinti che i buoni abbiano un aspetto e i cattivi un altro. E' un deficit culturale, di cui io saprei indicare i responsabili, dalla scuola ai governi. Ma perchè non ci sentiamo feriti da questo? Perchè c'è meno orrore in una violenza se questa non è contro uno di quelli che stupidamente chiamiamo "diversi"? E perchè bisogna rapportare le persone ad un concetto di uguaglianza? Quali sono i criteri di questa presunta uguaglianza? Se solo si conoscesse un po' più la biologia e la genetica, si saprebbe che le differenze tra l'etnia culturale italiana e quella africana non sono più di quelle con l'etnia spagnola. Semplicemente perchè non esistono razze. Ed è una novità questa? Se parliamo poi di differenze sessuali, si cade proprio nel vuoto, cioè nel parlare per il puro gusto di farlo senza nessun argomento alla base. Perchè bisogna condannare chi ama (chiunque sia), additarlo o peggio fargli male e non bisognerebbe invece condannare chi odia? E' meglio l'amore o l'odio a questo punto?
Io scelgo di condannare chi odia e credo che se vogliamo un futuro migliore, dobbiamo tutti rispondere così. Non è una domanda retorica, è una domanda vera: se quando si pesta il gay per strada in fondo non ti scandalizzi molto (non dico gioisci perchè a quel punto ci sarebbe una patologia in atto) vuol dire che scegli di condannare chi ama, diversamente da te, ma comunque è colpevole di aver amato. Non basta scandalizzarsi per il ragazzo africano pestato per strada, saper rispondere significa scandalizzarsi anche per qualsiasi forma di offesa, anche velata, contro qualcuno per un discorso di razza. Si può essere colpevoli pe ril colore della pelle? Per la provenienza geografica? Io credo che esistano le persone, perfide e buone, ma sempre persone. Questo vale per i rumeni, gli albanesi i marocchini, gli italiani i tedeschi...Per tutti.
La cosa peggiore è vivere in un paese in cui scrivere ciò, parlare così, è ritenuto strano. Certo che è strano, è fuori dal coro: io non ho pretese canore, ma ho la pretesa di non sentirmi complice. E' come se stia calando l'oscurità e nessuno se ne renda conto o peggio che qualcuno in fondo voglia che faccia buio e che le lanterne restino spente. Io non so muovermi al buio, per cui accendo la mia lanterna e la custodisco gelosamente. Probabilmente cercheranno di spegnerla, ma io non mi vergogno di averla. Mi rammarico della mancanza dei lanternoni, quei fari che dovrebbero guidarci quando passa una nuvola che oscura il pensiero. Oggi è più di una nuvola a passare, anzi, si sta vivendo un lento imbrunire. Quello scatto di orgoglio o di reni per usare un linguaggio più deciso, non c'è stato e non credo che ci sarà. Restano le lanterne: più sono e meno sarà buio e magari con quel fuoco di riaccenderanno i lanternoni.
In periodo di vacanze, non vi può esser miglior modo per ricordare la tragedia che stiamo vivendo nel Caucaso che una cartolina. Una cartolina che ovviamente non può che riportare gli orrori della guerra e per questo una foto scattata in un campo profughi è stata inserita nel blog con i "saluti" dall'Ossezia, regione contesa tra Georgia e Russia, non solo per motivi storici (l'Ossezia del nord o Alania è russa, quella del sud georgiana) ma sopratutto per i ricchi giacimenti petroliferi, di notevole interesse in tempi di crisi energetica per via della gran richiesta di risorse. La Russia del Dopo Putin ( perchè sulla carta Putin è primo ministro, mentre il nuovo presedente è Medvedev, ma nei fatti Putin è l'uomo forte dello Stato) mostra terribilmente i suoi muscoli, volendo indebolire lo staterello caucasico amico degli Stati Uniti, per logorarlo non potendo annetterlo (per rischio di ritorsioni internazionali). Il coraggio di Putin è oltre ogni limite: invadere uno stato sovrano, senza una motivazione consistente, sfidando apertamente gli Stati Uniti, bluffando con l'Unione Europea e facendolo all'indomani della partecipazione alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Pechino 2008 (che richiamano l'antica Pace Olimpica, periodo di sospensione di tutti i conflitti tra le poleis greche). Non c'è da schierarsi con la Russia ocon la Georgia, ma con la popolazione civile: le vittime sono quasi esclusivamente civili. Arrivano notizie di saccheggi, di rastrellamenti, campi profughi, esodi di massa, città messe a ferro e fuoco e certamente non si può pensare che si tratti di una guerra chirurgica, cioè finalizzata a distruggere obiettivi sensibili. Vista la concomitanza con le Olimpiadi, per celebrare il loro messaggio di pace, credo che sarebbe da considerare nel regolamento per la partecipazione alle gare la clausola che imponga alle nazioni partecipanti la sospensione dei conflitti in corso e dall'iniziarne di nuovi, pena l'espulsione della rappresentativa nazionale. Non è un'idea balzana, ma un ritorno alle origini: le Olimpiadi sono una palestra per l'Uomo, dove i competitori si cimentano in prove dove è rischiesto loro di esibire al meglio le loro capacità, in un clima di rispetto per l'avversario e onore per il vincente. Come si coniuga questo con la violenza della guerra? Se gli atleti gareggiano per la propria nazione, come si può dare onore ad una nazione che guerreggia e uccide in un teatro di guerra?
Gli italiani hanno improvvisamente scoperto cosa significa l'emigrazione non per chi la vive, ma per chi la riceve, divenendo immigrazione. I racconti dei nonni, degli zii d'America e di Germania, fanno emozionare un po tutti, con flash che delineano una valigia di cartone, una giacca consunta, un fazzoletto in testa e qualche spicciolo in tasca. Meno oggi ci si emoziona per chi muore in mare al largo di Lampedusa vestito in modo più o meno simile ai nostri parenti, magari solo, con un colorito più "acceso" della pelle. C'è paura: l'immigrato è il diverso, è pronto a tutto pur di fare sopravvivere, è da sfottere sulla spiaggia o da perseguitare in città perchè porta disordine, sporcizia, tristezza. Abbiamo forse scoperto quanta tristezza devono aver provato coloro che partirono dall'Italia senza soldi per cercare la "fortuna" e arrivarono in paesi che similmente al nostro oggi usavano metodi discriminatori più o meno velati, seppur con gli eccessi del tipo "Sono vietati gelati, cani e italiani nel negozio", con la differenza che dopo 50 anni non siamo stati in grado di imparare dagli errori altrui, di capire cosa va fatto per aiutare e cosa per tutelarci, senza scadere nel ridicolo "pugno duro". A tal punto che la paura per gli immigrati clandestini di essere rimandati nel loro paese, tra guerre e povertà dalle quali erano fuggiti pagando biglietti altissimi ad associazioni criminali che proliferano indisturbatamente, li spinge a diventare gente ombra, che si nasconde negli angoli bui delle città, che occupa la palazzina in via di costruzione, che evita di andare in ospedale per non essere "consegnati". Non è sentimentalismo da quattro soldi o "buonismo di sinistra", espressione ora di moda: è una seria provocazione a tutti i benpensanti dalle soluzioni in tasca. I movimenti dei popoli sono da sempre stati il veicolo di trasmissione di malattie e di origine per le epidemie. Popolazioni economicamente svantaggiate, denutrite, che vivono in precarie condizioni igieniche: un resort per le malattie. Sapere che queste persone fuggono l'assistenza sanitaria non deve farci essere contenti "che soldi pubblici vengano sprecati per i clandestini" (cosa già orrenda considerando il che il clandestino è una persona che come tale va rispettata) ma deve allarmarci: lo strumento più forte che il mondo occidentale possiede per difendersi dalle epidemie che una volta falciavano i popoli è il sistema sanitario, che controlla le patologie grazie al suo servizio capillare sul territorio, aperto a tutti e gratuito. Se queste persone non ricorrono alle cure sanitarie, viene meno la vigilanza su potenziali malattie che possono diffondersi tranquillamente nel buio delle comunità clandestine, salvo poi approdare nella società "civile" italiana e creare allarme prima che panico. Segnalo questo articolo tratto dal sito del Corriere della Sera.
MILANO - L'immigrato, anche se clandestino, ha diritto in Italia all'assistenza medica d'urgenza e di base. Lo stabilisce il codice Stp (straniero temporaneamente presente), contenuto nel Testo Unico sull’immigrazione del 1998. Un diritto e un principio di cui in pochi sono a conoscenza, in modo particolare tra gli stessi migranti extracomunitari. La «clandestinità sanitaria» è una piaga gravida di disastrose conseguenze, un’emergenza – sostengono medici e associazioni di volontariato – aumentata in modo esponenziale da quando è all'ordine del giorno l'introduzione del reato di clandestinità.
C'è un clima di terrore diffuso che tiene lontani gli immigrati dagli istituti di cura. E’ quanto denuncia la Simm, Società italiana di medicina delle migrazioni, che ha attivato un osservatorio su tutto il territorio nazionale. E la paura, complice la disinformazione e l’isolamento, potrebbe contagiare anche gli stranieri con regolare permesso di soggiorno. «Abbiamo paura, ad esempio, di un aumento dell’aborto clandestino o del ricorso alla medicina fai da te», spiega la dottoressa Graziella Sacchetti, ginecologa e membro del consiglio direttivo della Simm. «Una piaga che può avere conseguenze anche su larga scala, pensiamo all'ipotesi di un'epidemia che, nella sua fase iniziale di propagazione, sfugga al controllo medico». Dati e testimonianze in merito sono stati raccolti tra le oltre cento strutture che in tutta Italia, tra centri e ambulatori, si occupano dell’assistenza sanitaria agli immigrati.
Proprio gli ambulatori, nati in seno al mondo del volontariato laico e religioso, hanno svolto in questi anni un lavoro importantissimo per gli immigrati, soprattutto quelli irregolari, affiancando il servizio Sanitario nazionale. «La non chiarezza dei percorsi, le modifiche normative in corso, la fragilità sociale si è manifestata con il significativo utilizzo delle strutture ambulatoriali – spiega Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas di Roma – poiché per molti immigrati non è possibile accedere ad altri servizi sanitari».
L’Oikos di Bergamo accoglie 1.300 nuovi stranieri per un totale di 3.800 visite all’anno; mentre sono 7.000 gli immigrati che frequentano regolarmente l’ambulatorio di assistenza della Caritas diocesana di Roma, per un totale di 20.000 tra visite e prestazioni ogni anno. Il Naga di Milano arriva a quasi 23.000 prestazioni all’anno, comprese le 1.400 chiamate di «medicina di strada», con cui vengono assistiti immigrati e indigenti impossibilitati a raggiungere la struttura. Secondo molte associazioni di volontariato le regioni non avrebbero risposto in maniera esaustiva alla direttiva del Testo Unico sull’immigrazione, che indica negli ambulatori di base le sedi per le cure previste dal codice Stp. «Molte regioni non hanno istituito gli ambulatori – continua Geraci della Caritas – anche se, ad esempio, nel caso dell’Umbria e della Toscana sono state fornite valide alternative. Però, in generale, gli immigrati sono costretti a rivolgersi al volontariato o, in ultima istanza, al pronto soccorso».
l dottore che ha cambiato la storia della cardiologia stava per compiere 100 anni Era al centro di un impero costruito a colpi di invenzioni in collaborazione con la Nasa
Si ferma il cuore di DeBakey il medico che inventò il by-pass
di ELENA DUSI
Micheal DeBakey in una foto del 1963
IL MEDICO che curò se stesso avrebbe toccato i cent'anni fra poche settimane. Michael DeBakey, il re americano dei cardiochirurghi, è morto venerdì "per cause naturali", si limitano a dire i colleghi del Methodist Hospital di Houston. Il "suo" ospedale era al centro di un impero costruito a colpi di invenzioni, macchine per la cardiochirurgia e cuori artificiali creati con il contributo della Nasa, diligentemente brevettati in 70 anni di carriera. DeBakey ha curato i presidenti americani da Lyndon Johnson in poi e ha guidato la mano dei cardiochirurghi che nel 1996 applicarono 5 by-pass al capo del Cremlino Boris Eltsin. In cambio della consulenza, nel 2000 divenne il primo medico straniero ammesso nell'Accademia delle scienze russa.
In patria e fuori, DeBakey ha infilato le mani nel petto di 60mila pazienti. È stato il medico di Marlene Dietrich, Jerry Lewis e Aristotele Onassis. Nell'epoca in cui i cardiochirurghi erano stelle della vita mondana (Christiaan Barnard, autore del primo trapianto di cuore nel 1967, amava farsi fotografare accanto a Gina Lollobrigida o Sophia Loren), DeBakey sposò in seconde nozze un'attrice tedesca che aveva incontrato alla festa di Frank Sinatra. Rispetto a Barnard, il medico di Houston fu sempre più prudente e non esultò alla notizia del primo trapianto di cuore (il paziente sopravvisse 18 giorni). Al suo vice, che si azzardò a impiantare in un paziente in fin di vita il cuore artificiale messo a punto insieme, tolse il saluto per 40 anni. Ma quando a 97 anni anche lui sentì l'improvvisa fitta al petto che segnala un attacco di cuore, i migliori colleghi di una vita si ritrovarono in sala operatoria per salvarlo.
Ci riuscirono per un pelo, grazie al by-pass che DeBakey nel 1964 aveva inventato ma che mai era stato sperimentato su un paziente quasi centenario. In 7 ore di intervento e 7 mesi di riabilitazione, il Methodist spese un milione di dollari per salvare il suo "gioiello". "Avrei preferito morire", disse lui al momento dell'attacco (rottura di un aneurisma dell'aorta), salvo poi ringraziare i medici che contro ogni ragionevolezza - vista l'età - avevano deciso di operarlo: "È un miracolo se sono ancora qui".
Il suo cervello si era ripreso, ma per l'organismo il colpo era stato duro. Tra le corsie continuava ad aggirarsi su una sedia a rotelle. In compenso la tecnica del by-pass (nel '64 per la prima volta DeBakey prelevò il tratto di una vena dalla gamba e la usò per sostituire il frammento dell'aorta danneggiata) oggi viene usata 500mila volte all'anno solo negli Usa. La "pompa ruotante" che inventò a 23 anni da studente fa ancora funzionare le macchine cuore-polmoni, gli apparecchi che consentono le operazioni "a cuore aperto". Con la Nasa, nel '98 DeBakey sviluppò un cuore artificiale temporaneo grande come una pila, che per pompare il sangue usava il sistema di iniezione del propellente nei motori dello Shuttle.
E' un risveglio sotto choc per i giovani termolesi e per tutti i protagonisti della movida cittadina. Ieri sera, quasi in sordina, arriva la notizia pubblicata sul sito di informazione locale Primonumero.it della nuova ordinanza del sindaco Vincenzo Greco in materia di orari dei locali pubblici, con la quale si porta l'orario per spegnere abbassare il volume della musica dalle 2 all'1, con l'eccezione dei locali da ballo fuori città (e ci mancherebbe). Resta invariato l'orario di chiusura alle 2 di notte, in più nell'rodinanza si legge delle limitazioni imposte agli strilloni pubblicitari per girare per le vie del centro nei giorni festivi e la domenica e in determinati orari negli altri giorni. L'obiettivo dichiarato dal sindaco è di «tutelare la salute e la tranquillità dei residenti e dei turisti limitando l'inquinamento acustico degli ambienti di vita interni ed esterni», però qualcosa non convince neppure il suo vice, che si è detto a conoscenza dell'ordinanza solo a cose fatte e che lui non avrebbe, in qualità di responsabile per il turismo, variato l'orario. Già, l'orario. A Termoli ormai sono 10 anni che c'è questa polemica sulla chiusura dei locali d'estate: il boom turistico degli anni 90 ha improvvisamente trasformato una cittadina tranquilla, poco abituata a drink e notti bianche, in una piccola Capalbio del Molise, affollata d'estate, con via vai che non si ferma prima delle 2, esplosione di locali, lidi balneari, sede di concerti e manifestazioni folklorike. Il Borgo Antico, da luogo tetro, da cui provenivano olezzi fastidiosi e evitato per il passeggio serale è diventato un enorme piazza comunale, pieno di locali e localini, alberghi, bred&breakfast e le abitazioni prima decadenti hanno trasformato le loro facciate e anche il loro valore sul mercato. Assieme a tutto ciò è arrivata la nuova pavimentazione, il sistema di videosorveglianza...Il corso di Termoli è stato ugualmente trasformato e si avvia a diventare una nuova isola pedonale, come lo sono del resto già alcune sue traverse. Eppure ai residenti il baccano estivo non è andato proprio giù. Come non compatirli, non è piacevole cercare di prender sonno tra risate, pettegolezzi e musica dance. Però Termoli non è stata la prima e nè sarà l'ultima città a scoprire il turismo: spesso ci si interroga sui motivi per i quali il turismo termolese è fermo e non decolla, probabilmente questi sono davanti agli occhi di tutti ma si fa fatica a decifrarli. Un lungomare inspegabilmente estromesso dall'organizzazione di eventi, sul quale non si investe in illuminazione ed infrastrutture, dove i ritardi si moltiplicano, come se si trattasse dell'ultima strada interpoderale; la camminata sotto al borgo, storica strada che costeggia il muraglione del Borgo, abbandonata per decenni a polvere ed erbacce, è stato avviato un cantiere che avrebbe dovuto regalarci uno dei posti più romantici di Italia con trabucchi, luci soffuse, vista tramonto, ma ovviamente è in ritardo e sarà forse finita per questo inverno; piazza S.Antonio, una balconata sul mare, lasciata nell'incuria più disperata, ma peggio è andata al Pozzo Dolce, recuperato parzialmente da un privato, è diventato ricettacolo per chi non ama l'affollamento del centro città nè gli occhi indiscreti, visto l'isolamento di cui gode sotto tanti aspetti quella zona così panoramica e caratteristica di Termoli. Ed infine arriva il De profundis della noche termolese: si anticipa lo spegnimento della musica all'1, che significa quindi che a quell'ora ci si può pure alzare, perchè a stare in religioso silenzio in una calda serata di luglio si preferisce stare a letto (magari in un quartiere di periferia dove scorrazzano ragazzi in scooter rumorosi che non sanno che fare vista la fine della serata in centro). Non è semplicismo questo: è realismo, quello di chi la notte vive la città e un po' pensa di conoscerla, essendoci un po' stupidamente affezionato.
Il motivo che ha spinto il sindaco è probabilmente nobile e sicuramente non nasconde altre intenzioni: l'inquinamento acustico è un problema dei nostri giorni non di secondaria importanza, chi scrive vive nel centro di una città universitaria ed è consapevole del fastidio addotto. L'inquinamento acustico è problematico per il sonno, la concentrazione, l'alimentazione e finanche per le difese immunitarie. Tuttavia credo che il fanatismo non serva: ottimo limitare gli strilloni, ma non decidere di interrompere la notte sul nascere. Sarebbe stato più saggio operare in modo prospettivo, imponendo una forte limitazione al traffico del centro città, il quale è reo della gran parte dell'inquinamento acustico, tra clacson e motori roboanti. Certamente sarebbe stata una limitazione dura ad accettarsi viste le cattive abitudini della vita odierna, ma almeno avrebbe avuto un senso. Interrompere la movida termolese un'ora prima cosa porta di meglio alla salute? Qualcosa? Ma sfido i residenti del centro a dire che ora dormirebbero meglio e con meno stress. Un blocco del traffico in centro o una forte limitazione avrebbe portato vantaggi enormemente superiori. Pensiamo ad una giornata intera nella quale non si sente il traffico dalla finestra del salotto o una sera in cui fino all'1 c'è musica alta e poi solo ragazzi che scorrazzano con motorini e che parlano...In quale situazione si vive meglio? Andando oltre l'aspetto acustico, questa decisione è una sciabolata anche per l'economia termolese: che senso ha venire a Termoli quando all'1 finisce tutto e si può andare nella vicinissima Campomarino lido o magari arrivare a Vasto? (percorrendo una strada da incubo, cimitero di tanti giovani).
Ieri sera le voci erano polemiche per il Corso ed in piazza, la decisione non piace proprio, anche se il trauma probabilmente arriverà sabato serà e nei giorni compresi tra S.Basso e Ferragosto, quando è di routine non tornare a casa prima dell 2. Qualcuno per il corso ha avanzato l'idea di una contestazione al primo cittadino da parte della gente della movida termolese (e dei gestori dei locali). Dopo i dati sui (mancati) arrivi dei turisti nel mese di giugno, probabilmente per le basse temperature, ma di sicuro non solo, questa ordinanza sa un po' di un manifesto funebre. Venuta poi da un sindaco che espressamente parlò di giovaniin campagna elettorale, cavalcò il malcontento delle giovani generazioni termolese per troppo tempo bistrattate dai piani culturali e di intrattenimento del Comune di Termoli ed ora, un po' a sorpresa, si mostra più distante di chi c'era nel passato. Non conta l'appartenenza politica, perchè in fondo sia gli elettori giovani di destra che quelli di sinistra, oltre a quelli di centro, non hanno mandato giù tanto volentieri questa decisione, che sembra basata più sull'anti divertimento che sulla tutela della salute dei residenti del centro città.
Quelli di Ingrid Betancourt in questa foto sono gli occhi più belli del mondo: sono tornati ad essere vivi. Per chi ha seguito il caso e si è sentito coinvolto seguendo i figli della Betancourt, ascoltando gli appelli e vedendo il tanto impegno contro una forma brutale di militanza politica, che difende ideali di liberazione utilizzando le più turpi metodiche, da ieri sera vive un momento di vera gioia. <<E' la notizia più bella della mia vita>> ha detto il figlio Lorenzo e non si può stentare a credervi, perchè pensava di aver perso nel nulla la madre e di doverla ricordare solo attraverso le immagini dell'infanzia o i racconti altrui ed ora finalmente può ritornare ad abbracciarla e a crescere imparando tanto da questa donna dalla carica straordinaria. Magari in questa foto Ingrid ha perso il suo fascino, apparirà pure invecchiata, ma non è più il fantasma di una donna che avevamo visto in tv da un video diffuso dai combattenti delle FARC. E' una donna che è stata privata della sua vita per 6 anni solo per aver aver creduto che una società senza narcotrafficanti e senza corruzione potessere essere possibile anche in Sudamerica: ora è tornata libera, insieme agli ostaggi che con lei erano detenuti. Magra, invecchiata, ma con degli occhi che esprimono una gioia che probabilmente a parole non può essere spiegata, compresa solo da chi ha vissuto un'esperienza come la sua. Sono gli occhi che sono mancati a tanti rapiti nel mondo che non hanno avuto questa fortuna. Bentornata Ingrid!
Jolanda e Giuliano sono due nomi che probabilmente all'opinione pubblica non dicono molto oggi: tuttavia se oggi scrivessi delle 2 Simone, tutti ricorderebbero il loro rapimento, il caso mediatico e la liberazione. Jolanda e Giuliano sono 2 cooperanti italiani rapiti esattamente un mese fa in Somalia: di essi, dopo la notizia del giorno al tg, non se ne è saputo più nulla. Non sono giovani, non sono in Iraq o Afghanistan e non sono stati rapiti (a quanto pare) da movimenti affiliati ad Al qaeda, in pratica sono degli ostaggi di serie B, almeno considerando quanta poco coinvolgimento ci sia sul loro caso. Il ministero degli esteri ha chiesto il massimo riserbo ed è giusto, per evitare depistaggi e false speranze, ma non credo che per riserbo si possa intendere il tacere la loro prigionia. Non hanno colpe, si trovavano nel posto giusto al momento sbagliato: posto giusto, perchè in Somalia, come nel resto d'Africa, c'è tanto bisogno di aiuto, ma il momento era sbagliato,per via del precipitare degli equilibri socio-politici del paese. Io ho pensato di tener vivo il caso, che questa volta non si giova di speciali in tv, gigantografie in Campidoglio e fiaccolate, proponendo questo interessante articolo pubblicato su Corriere.it riguardo a quanto (poco) si sa della loro condizione e sopratutto della situazione sociale che fa da sfondo a questo rapimento.
Il sequestro. I cooperanti nelle mani dei banditi dal 21 maggio
Somalia, i rapiti dimenticati «Un milione per liberarli»
«Le condizioni dei due italiani sono drammatiche»
Sono arrivati gli sciacalli. Decine di somali si sono fatti avanti chiedendo soldi in cambio di informazioni sulla sorte di Jolanda Occhipinti e Giuliano Paganini, i due italiani rapiti il 21 maggio a una sessantina di chilometri a sud di Mogadiscio. Cento dollari per prendere un taxi, andarli a trovare e riferire sulle loro condizioni; diecimila per ricevere una telefonata degli ostaggi, centomila per ottenere una foto scattata dai rapitori, infine un milione, più o meno 600 mila euro, per ottenere la liberazione. Tutti offrono notizie a pagamento, nessuno informazioni certe.
Il proliferare di “gente che sa” rende piuttosto difficile identificare chi è affidabile e chi invece cerca solo di spillare denaro. Con i due italiani è stato sequestrato anche il direttore somalo del progetto agricolo del CINS – l’organizzazione non governativa per la quale lavorano - e capo della sicurezza, Abdirahaman Yussuf Harale, detto John. “Abbiamo identificato il gruppo che li tiene prigionieri – spiega uno suo strettissimo parente contattato al telefono – ma ora non sappiamo bene chi ha i titoli per negoziare la loro liberazione”. La famiglia di Abdirahaman è molto potente a Mogadiscio e tutti i congiunti sono impegnati nella ricerca dei rapiti. “Il fatto che il sequestro non è stato mai rivendicato spiega chiaramente che non c’è un movente politico. Abbiamo avuto le prove che i tre sono vivi e stanno bene. Avremmo voluto comunicare con loro ma non ci siamo riusciti”.
I due italiani sequestrati
La Somalia sta vivendo uno dei momenti più drammatici da quando è cominciata la guerra civile 17 anni fa. Mogadiscio è devastata da continui scontri, bombardamenti, rappresaglie, omicidi a sangue freddo. Da un lato le truppe governative, spalleggiate dai soldati etiopici; dall’altro gli insorti islamici. I mercati sono vuoti e non c’è nulla da mangiare. “Le condizioni degli ostaggi sono drammatiche – spiega il congiunto di Abdirahaman - abbiamo chiesto se possiamo mandare cibo, medicinali, acqua pulita da bere, ma i contatti si sono persi e non siamo riusciti a far passare nulla”. Il Paese, tra l’altro, è in piena stagione della piogge. A Mogadiscio l’ultimo temporale è durato 48 ore consecutive ed è finito ieri mattina. L’area intorno alla capitale è alluvionata I capi clan hanno lanciato un appello per aiutare le popolazioni che hanno avuto le capanne invase dall’acqua. “Che sarà degli ostaggi? – si domanda il nostro testimone -. Da quello che sappiamo i rapitori, per paura di essere individuati, si spostano in continuazione. Dormono all’addiaccio nelle campagne o in qualche casa di fortuna. Insomma la loro prigione sembra “mobile”.
In Somalia sono poche le abitazioni in muratura intatte. Le altre sono semidiroccate. Occuparne una ogni notte non è un problema per loro; ma poi è bene abbandonarla subito la mattina presto. Qualcuno potrebbe fare la spia”. “Secondo informazioni di cui sono in possesso – continua il parente stretto di John che ha chiesto di restare anonimo perché vuol trattare direttamente la liberazione del suo caro – la banda in un primo tempo ha portato gli ostaggi a Mogadiscio e si è sistemata in un quartiere settentrionale della città, vicino all’ex pastificio. Lì si è fermata qualche giorno, poi il rischio di essere scovata è aumentato. Così i rapiti sono stati spostati a sud della Somalia, verso Brava. Poi sono tornati verso nord, in un villaggio, Lanta Buur, una trentina di chilometri a sud della capitale, dove ai tempi della dittatura di Siad Barre c’era una prigione”. E a Lanta Bur alla fine della scorsa settimana i governativi hanno tentato un’incursione per liberare gli ostaggi. L’operazione è andata a vuoto, quando i soldati sono arrivati i rapitori erano già scappati portandosi dietro i rapiti. Secondo voci insistenti i due Italiani sono stati venduti dal gruppo che li aveva catturati il 21 maggio a un'altra gang, forse addirittura sono passati di mano un paio di volte. L’ultima banda che li ha presi in custodia, una decina di giorni fa o poco più, è interclanica.
I suoi componenti, vuol dire, appartengono a varie tribù. Il nucleo più consistente è formato da habergidir/aer, cabila cui appartiene il loro capo, un certo shek Mohamud. Si tratta comunque di banditi comuni che nulla hanno a che fare con gli shebab, i giovani integralisti che combattono contro il governo federale di transizione e i loro alleati etiopi che lo sostengono. Nel polverone delle informazioni è difficilissimo capire quali notizie siano vere, quali verosimili e quali false: “Purtroppo sembra che per riuscire a guadagnarsi l’omertà della gente che abita nei villaggi dove soggiornano, i banditi abbiano promesso soldi a tutti. Da qui la cortina fumogena sulle informazioni e le loro richieste esuberanti: un milione di dollari per la liberazione. Difficile trattare, però, perché non c’è un negoziatore ufficiale: quelli che hanno in mano i rapiti non si fanno vivi, in compenso proliferano i millantatori”.
Un somalo interpellato dagli italiani per cercare un contatto con i rapitori, è piuttosto seccato: “I banditi hanno chiesto 10 mila dollari per far parlare al telefono Jolanda e Giuliano ma nessuno vuol sborsare un centesimo alla cieca. Ne abbiamo messi assieme 5000 e sono già a Mogadiscio; ora ne servono altri 5000”. I nostri servizi hanno spedito a Nairobi sei agenti. Non risulta che nessuno di loro si sia avventurato nella giungla della capitale somala. La questione viene gestita direttamente da Roma. L’ambasciata italiana a Nairobi, la cellula dei servizi e l’ufficio dell’inviato italiano per la Somalia, Mario Raffaelli, sono stati pregati gentilmente di farsi da parte e di non occuparsi della faccenda. La robusta rete di informatori che il nostro Paese poteva vantare in Somalia è andata completamente distrutta, dopo essere stata abbandonata a se stessa.
Il debito sanitario è un problema abbastanza comune per le regioni italiane. I nostri tg locali ci bersagliano di numeri in rosso e di tagli da effettuare per ritornare in pareggio, attraverso logiche di risparmio e di razionalizzazione. Ci sarebbe da pensare che finalmente in Italia si è capito che lo i servizi non piovono dal cielo e che gli enti pubblici non sono una manna per risolvere il problema della disoccupazione, ma strutture che devono migliorare la vita civile e assicurare la convivenza democratica. Sembrerebbe appunto: ma non è così. E questo articolo che ho scelto di pubblicare sul blog lo dimostra. Qui siamo in Molise, dove il debito sanitario è stato "scoperto" dalla politica nel 2005, dopo anni di gestione allegra e quasi quasi veniva additato l'ex ministro Padoa Schioppa come colpevole (della scoperta). Poi si è capito che una regione con una popolazione di poco più di 300mila anime non poteva permettersi un sistema sanitario di 5 ospedali e altrettante USL. E' arrivata la riforma e con essa il piano di rientro, che si propone di risolvere il problema, attraverso il riordino della spesa. Sul piano teorico assolutamente lodevole, perchè i nostri soldi non devono venir sprecati, se non fosse che ci sta sfuggendo la famosa praxis, la pratica, che oggigiorno sempre più spesso viene nascosta dietro la bella teoria. Per esempio si fa cassa tagliando i fondi ai servizi sociali, come l'assistenza ai diversamente abili. Così, per risparmiare un po' di soldi, si sceglie di togliere quel po' di luce che vedevano persone con una vita molto spesso segnata da sofferenze, pregiudizi e solitudine. E' vero che in tempi di crisi a tutti è chiesto di stringere la cinghia, ma credo sia giusto farlo con la testa. E sottolineo la testa. Perchè magari si poteva pensare che ci voglia cuore, ma purtroppo oggi il cuore non basta: la testa invece è quella che ci dice che i "tubi che perdono" nella rete della sanità molisana sono altri e non i servizi sociali. A questo punto verrebbe da chiedersi come si debbano definire i servizi sociali. Usando la testa, sono servizi irrinunciabili volti ad una comunità che paga per averli. Se vengono tagliati per carenza di fondi, significa che si sta privando la comunità di diritti e non si sta svolgendo un servizio migliore per essa. Usando la testa, i debiti nella sanità devono venir fuori dalle consulenze esterne, dagli stipendi esagerati, dagli esami a iosa, dai reparti doppi...Se questi restano e i servizi si tagliano, vuol dire che non si è migliorato un servizio, ma lo si è fatto peggiorare di qualità. Questa è testa, non cuore. Certo non è disdicevole guardare al lato umano della storia: ma ai freddi numeri va contrapposta la fredda ragione, altrimenti si rischia di voler far goal con la racchetta da tennis.
da Primonumero.it
Tagli alla Sanità: chiude la 'Porziuncola', 23 disabili a casa
Una delle prime conseguenze del piano di riordino sanitario è l’accetta che si abbatte sul centro per disabili fisici e psichici di Termoli e San Giacomo: il destino dei 23 ragazzi da da oltre 10 anni frequentano quella “casa” è in bilico, perchè il risparmio sul budget deciso dalla Regione Molise 'costringe' la Fondazione Mileno a chiudere il centro di riabilitazione. Rabbia e disperazione tra le famiglie degli utenti e gli operatori della struttura. Per evitare la chiusura e il licenziamento di tutto il personale i sindacati hanno proposto il contratto di solidarietà, ma la dismissione è solo rimandata.
di Emma Asta
San Giacomo degli Schiavoni. «Sono interessato a una nuova sanità, adeguata veramente ai bisogni di salute dei molisani, un po’ meno a quelli di coloro che ci lavorano». Si fa fatica a credere a queste parole pronunciate l’11 giugno dall’assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano, se ci si ferma solo per un attimo a osservare l’ennesima situazione drammatica causata dal taglio della spesa sanitaria. Con altre parole, altrettanto chiare, alcuni giorni fa il direttore della Fondazione P.A. Mileno che gestisce ‘La Porziuncola’ ha annunciato la chiusura del centro che si trova a San Giacomo degli Schiavoni (che ha anche una sede a Termoli) e che da 15 anni accoglie 23 ragazzi (di cui ben 17 di Termoli) affetti da disabilità fisiche e psichiche.
« Ai sensi e per gli effetti richiamati in oggetto, Vi comunichiamo che intendiamo procedere alla soppressione e dismissione dell’intera attività espletata nei Centri con sede nel Molise (Termoli e San Giacomo» scrive Padre Franco Berti nella lettera recapitata ai due centri «in quanto detta attività, stante la vigente legislazione in materia, stante l’accordo contrattuale imposto dall’Asrem del Molise e stanti le attuali condizioni economico-finanziarie della Fondazione, non può essere più mantenuta in vita». In breve, la Asrem ha da tempo iniziato a non rimborsare più alcune delle prestazioni che vengono eseguite dagli operatori della ‘Porziuncola’ tagliando il budget annuale di circa il 27 per cento e, di conseguenza, la Fondazione Mileno non riesce più a far fronte alle spese.
«Si dovrà procedere al licenziamento e alla successiva messa in mobilità di tutto il personale che, direttamente e indirettamente, presta attività lavorativa» continua così la lettera di Padre Franco «Allo stato attuale non si intravedono motivi tecnici, organizzativi o produttivi che consentano al datore di lavoro di poter adottare misure alternative idonee a porre rimedio alla situazione di eccedenza ed evitare, in tutto o in parte, la dichiarazione di mobilità. Il personale da porre in mobilità è pertanto così calcolato ed inquadrato: 4 terapisti della riabilitazione inquadrati al livello D, 1 coordinatore inquadrati al livello DS, 1 ausiliario specializzato inquadrati al livello A1, 2 assistenti socio-sanitari con funzioni educative inquadrati al livello B, pari a tutto il personale abitualmente impiegato».
Facile immaginare lo sconforto e la rabbia che la comunicazione ha destato negli operatori e nei familiari dei ragazzi ospiti del centro di San Giacomo. «Mio figlio frequenta la ‘Porziuncola’ da 15 anni, da quando ha aperto – spiega il padre di uno degli ospiti della struttura riabilitativa - oramai per lui gli operatori sono una vera famiglia. Viene qui tutte le mattine e noi genitori ci sentiamo sicuri perché oltre alle attività ricreative i ragazzi sono seguiti da medici, psicologi, cardiologi, neurologi e specialisti che tracciano per ognuno di loro un percorso individualizzato. Mio figlio pranza anche qui, ormai da 15 anni, e si è abituato a questa vita, per lui la chiusura del centro sarebbe un vero trauma». Fisioterapisti ed educatori già da maggio 2007 hanno iniziato a ridurre le prestazioni domiciliari, consapevoli che non avrebbero ricevuto i rimborsi dalla Asrem, «Poi, per mesi siamo rimasti in contatto con la Regione che ci aveva assicurato che il budget sarebbe stato rivisto – spiega Claudio Ferretti fisioterapista della ‘Porziuncola’ – e così noi abbiamo ripristinato il servizio di assistenza domiciliare. Ma le cose non sono cambiate e a gennaio del 2008 è stato ufficializzato il taglio di circa il 30 per cento nel budget che, nel nostro caso corrisponde a circa 90mila euro all’anno». «Non sono tanti – sbotta un’educatrice - se solo in Regione si rinunciasse a un’auto blu, a uno dei tanti segretari o autisti di cui si attorniano gli assessori e il presidente Iorio, noi potremmo continuare a lavorare e i ragazzi non rischierebbero di tornare a casa privi di ogni servizio. C’è poi il problema di molte famiglie, spesso formate da un solo genitore, che dovendo gestire da sole un figlio disabile riceverebbero un forte colpo a livello economico e organizzativo». «Capiamo benissimo le esigenze del piano di riordino sanitario – aggiunge la madre di un ragazzo che frequenta la struttura riabilitativa – ma perché bisogna chiudere proprio l’unico centro di questo genere che si trova in Basso Molise? E poi si continuano a sentire notizie di ospedali e centri che vengono aperti in provincia di Isernia, per quelli ci sono i soldi? Ma noi qui cosa dobbiamo fare? Forse devo trasferirmi in provincia di Isernia per trovare una struttura che possa accogliere mio figlio?».
A prescindere da ogni logica che tenga conto dei bisogni degli utenti, la Regione Molise da un lato e la Fondazione che ha la sua sede a Vasto dall'altro, restano ferme sulle loro posizioni e così al momento l’unica strada possibile sembra essere quella del contratto di solidarietà. «E’ un contratto che tiene conto del taglio di budget – spiega Francesco Chiarelli rappresentante della Cisl – e che eliminando alcune ore di servizio riesce ad evitare il licenziamento degli operatori. In poche parole lavorano meno ma restano tutti. Ora dovrà essere l’equipe a decidere come ridistribuire il lavoro in base a queste nuove disposizioni». La procedura del contratto di solidarietà è stata avviata e sarà attiva già dal mese di luglio ma tutti alla ‘Porziuncola’ sono consapevoli che questa situazione potrà durare un anno, ed essere rinnovata al massimo per altri 12 mesi, dopo di che l’esistenza del centro e il destino dei 23 utenti saranno di nuovo a rischio.
Chiara è stata colpita da una malattia che le bloccava l’intestino Primo caso in Italia risolto alla Chirurgia pediatrica del San Matteo
di Maria Grazia Piccaluca
Pavia. Chiara ora ha le guance paffute. Non sembra nemmeno la bambina pelle e ossa che solo un anno fa è arrivata al San Matteo. Aveva 5 anni e mezzo e del gelato alla fragola che ora mangia con gusto poteva solo immaginare il sapore. Mangiare, come gli altri suoi coetanei, le era precluso. Colpa di una malattia rara, una sindrome che provoca un'ostruzione intestinale cronica.
I genitori l'hanno nutrita pazientemente attraverso un tubicino, in vena, per sei anni. Mai un piatto di pasta, mai una fetta di pizza. Anche solo un boccone, un piccolo assaggio, le provocava crisi serie, corse in ospedale, rischiando ogni volta la vita.
L'anno scorso quando la situazione si è aggravata, e le condizioni di salute della piccola sono peggiorate, la famiglia - che vive tra il Piemonte e la Repubblica Ceca - è arrivata a Pavia. E solo dopo molte insistenze è riuscita a convincere il professor Giuseppe Martucciello, primario della Chirurgia pediatrica del San Matteo, a operarla. Ci avevano già provato cinque volte in altrettanti ospedali italiani. Senza esito. «Chiara, che è una bambina bellissima e socievole tanto da diventare la mascotte della clinica, soffriva di una malattia genetica rara - spiega il professor Martucciello -. Una pseudo ostruzione intestinale cronica, con una sindrome grave, la megavescica microlon ipoperistalsi. In pratica il suo intestino era chiuso, incollato. Non poteva ingerire cibo e quando sgarrava le conseguenze erano pesantissime». L'intervento, lo scorso anno, è stato pionieristico per l'Italia. I casi si contano sulla punta delle dita in tutto il mondo. La letteratura scientifica registra 182 casi di cui solo 23 sopravvissuti.
«E di questi 23 - spiega Martucciello - 21 sopravvivono grazie all'alimentazione artificiale. Solo due bambini, da quanto risulta, hanno superato questa fase nutrendosi poi per bocca». L'unica alternativa è il trapianto dell'intestino. Una soluzione complessa, ardua da praticare. I 5 interventi ai quali Chiara era stata sopposta avevano complicato la situazione. E così l'èquipe di Chirurgia pediatrica del San Matteo, coordinata da Martucciello, ha studiato il caso insieme ai colleghi dell'Anatomia Patologica. «Abbiamo valutato quale fosse l'equilibrio migliore da raggiungere per la bambina - spiega il primario -. E poi, grazie a questa sinergia interna all'ospedale che ha coinvolto anche la Terapia Intensiva, abbiamo effettuato l'intervento. Otto ore in sala operatoria. Per un anno Chiara è stata svezzata. E ieri le è stato tolto l'ultimo catetere che ancora la aiutava a nutrirsi. E sta bene».
Andare al mare è un diritto per tutti, prima che essere un modo per svagarsi, rilassarsi e interrompere la solita routine. I lidi, i jukebox, gli ombrelloni con lettini e sdraio, piscina e giochi, sono una bella cornice, ma la spiaggia è di tutti. Mai come oggi, periodo di ristrettezze economiche, bisogna fare i conti pure per affittare l'ombrellone e la cosa più sintomatica è che questo problema comincia a colpire anche gli habituè della spiaggia, cioè i cittadini delle città costiere. In crisi economica la vacanza vien fatta dimagrire, se non addirittura saltare, evitando magari l'ombrellone in affitto e preferendo la spiaggia libera e da questo sistema erano parsi lontani coloro che abitano a due passi dal mare: vivere a Palermo, Bari, Vieste, Riccione, Sorrento e, appunto, Termoli significa certo vivere in provincia, ma sopratutto godere di un diversivo durante la bella stagione che non a tutti è concesso. Il mare non è solo tintarella per questi cittadini, ma diventa un'estensione del territorio urbano, un luogo di ritrovo con gli amici del bar o i colleghi di lavoro, dove passeggiare chiacchierando, conoscendo nuovi concittadini, ovviamente ci sta pure il flirt e la galanteria, ma per la "gente di mare" andare in spiaggia ha un significato diverso dal vacanziero dell'entroterra, significa fare vita sociale in città, scoprire retroscena della vita politica e sociale che difficilmente si racconterebbero in piazza mentre tra un tuffo e un gelato ci si sente più in confidenza per lasciarsi andare. Questo è il motivo per cui se è vero che il lido balneare rappresenta oggi giorno uno status symbol, anche per via dei costi sempre più proibitivi dell'affitto dell'ombrellone, la spiaggia libera è un bene comune che va preservato. Il video che ho inserito nel blog racconta la triste verità termolese: lidi accattivanti, palme sul lungomare, marciapiedi largo, acqua cristallina, ma basta fare un attimo di attenzione per vedere il degrado che si accumula tra lido e lido. Questo reportage è stato realizzato tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno perchè personalmente posso testimoniare che oggi 10 giugno 2008 la situazione è migliorata di parecchio: la spiaggia libera del litorale Cristoforo Colombo è più pulita, non ci sono alghe spiaggiate, ma sul marciapiedi ci sono ancora accumuli di sabbia portati dall'arenile dalla bora invernale, qua e la cartacce e bottiglie rotte (colpa più dell'inciviltà dei passeggiatori che di chi deve provvedere alla pulizia). La pulizia delle spiagge libere è di routine ad ogni inizio estate come pure alla fine della stagione, tuttavia ciò non basta. La stagione estiva è costellata da temporali, anche forti, con mareggiate e nel passato ne abbiamo avuto (anche tristemente) prova. La presenza delle scogliere frangiflutti, albergo di alghe, aggrava il risultato di una mareggiata a riva. Ciò che serve è un monitoraggio costante, che ritengo essere un compito precipuo per un Comune costiero. Per una città di mare la spiaggia ha lo stesso valore di un monumento per una città storica. Se li pesiamo come flusso di utenti, anche qualcosa in più. Si potrebbe accettare il Colosseo pieno di cartacce di panini dei turisti in visita? Allo stesso modo credo sia inaccettabile una spiaggia libera cittadina ( perchè a Termoli la spiaggia è a ridosso del centro città) sporca. Così come se piove ai Fori Imperiali subito si provvede alla rimozione di fango e arbusti spezzati, così si deve fare all'indomani di una 'matizie in spiaggia. I gestori dei lidi pensano, giustamente, al tratto di arenile che hanno in concessione, il COmune deve provvedere alla spiaggia libera. Con questo non significa che si deve concedere più spiaggia possibile ai privati: la spiaggia libera è un diritto della comunità che deve essere garantito (ed oggi purtroppo molti si rendono conto quanto può essere triste non poter andare in spiaggia se non si ha un certo reddito). La proliferazione di lidi e l'ampliamento dei lidi esistenti è una discriminazione inaccettabile se non sono garantiti tratti di spiaggia libera ( cioè garantita dal COmune e non abbandonata a se stessa come spesso capita) adeguati dove ognuno può liberamente prendere il sole, leggere un giornale e portarsi sedia e ombrellone, senza una tassa da pagare. E' del resto anche un modo per garantire appeal turistico alla propria città, visto che l'accoglienza e l'organizzazione sono parametri valutati da molti organismi che a inizio stagione estiva concedono vessili alle amministrazioni cittadine di cui fregiarsi di fronte ai turisti. Un'idea potrebbe essere quella di creare delle spiagge comunali, con un servizio di pulizia, salvataggio, assistenza, dove poter far sorgere chioschetti ( che garantirebbero un buon ritorno economico), dove gli utenti son liberi di andare e stare, portandosi il necessario ma trovando un luogo accogliente. E' evidente che sarebbe una gran bella cartolina politica, oltre che turistica per la città. L'idea ovviamente sarebbe da applicare alle spiagge più vicine al centro cittadino, non certo alle spiagge lontane dai centri cittadini, perchè c'è tuttavia bisogno di tutelare anche l'ecosistema costiero fatto di fauna caratteristica, dune e macchia mediterranea. Sono idee queste che magari non hanno senso o utilità, ma magari servono a farne venire di nuove e ad evitare ancora situazioni così tristi come quelle di questo reportage.
Il paziente, un uomo di 45 anni, aveva avuto un arresto cardiaco Dopo un'ora e mezza i medici lo avevano dato per spacciato
Pronto per l'espianto degli organi si sveglia e ricomincia a respirare
La pratica di prelievo "a cuore fermo" è consentita in Francia dal 2007 anche in casi in cui il paziente non sia cerebralmente morto
PARIGI - Il suo corpo era già steso sul lettino della sala operatoria, pronto per donare nuova vita ad altre persone, grazie all'espianto degli organi. Ma quando l'operazione stava per cominciare, la sorpresa dei chirurghi: l'uomo è ancora vivo, respira e reagisce agli stimoli dolorosi.
Il protagonista è un francese di 45 anni, che aveva avuto un infarto al miocardio all'inizio del 2008, mentre si trovava in una strada della capitale. I medici dell'ambulanza avevano tentato di rianimarlo sul posto, senza successo, decidendo poi di trasportarlo al vicino ospedale di Pitié-Salpêtrière, attrezzato per praticare una dilatazione delle coronarie. Durante il tragitto, nonostante i ripetuti tentativi, il cuore non aveva ripreso a battere. Una volta in ospedale il verdetto: non c'è più niente da fare.
L'uomo era diventato, un'ora e mezza dopo l'arresto cardiaco, un potenziale donatore di organi "a cuore fermo", non cerebralmente morto ma non più rianimabile. Il seguito della vicenda, scoperta dal quotidiano Le Monde, si legge in un rapporto ufficiale di un gruppo di lavoro dell'Assistenza pubblica parigina, costituito per occuparsi dei dilemmi etici di questo tipo di interventi. Il paziente presenta "segni di respirazione spontanea, reattività pupillare e un inizio di reazione alla stimolazione dolorosa". In altre parole è vivo. "Dopo molte settimane in cui le condizioni dell'uomo sono rimaste gravi - si legge sempre nel rapporto - l'uomo adesso parla e cammina". Anche se "i dettagli sul suo stato neurologico non sono noti". Come del resto non è chiaro se sia stato messo al corrente del tentativo di espianto. Nelle conclusioni del documento, si sottolinea che il caso, anche se eccezionale, mostra "quante domande rimangano nel campo della rianimazione".
Le implicazioni etiche sollevate dalla vicenda hanno investito la tecnica dell'espianto "a cuore fermo", una pratica consentita in Francia dall'inizio del 2007, non utilizzata in Italia. Questo metodo è ispirato ai risultati ottenuti in altri paesi come Usa, Spagna e Gran Bretagna. Nella sua fase sperimentale, l'adozione di questa tecnica ha permesso una sessantina di trapianti che altrimenti non sarebbero stati possibili, ma adesso torna a fare discutere.
Dall'Inghilterra lettera a Napolitano di una giovane ricercatrice italiana "La sicurezza è un problema, ma perché emerge solo la paura dello straniero?"
"Signor presidente, dall'estero non riconosco più la mia Italia"
"Da anni vivo in paesi multietnici, ma non ho mai visto tanta intolleranza come quella che nasce e viene alimentata da noi" di MARIA VINCI
Da una giovane ricercatrice italiana residente in Gran Bretagna, questa lettera-appello al Presidente della Repubblica. E' una testo che pone al capo dello Stato e a tutti noi un problema serio. La dottoressa Vinci si chiede cioé cosa stia diventando il nostro Paese, e ci fa capire come ci vedono i nostri connazionali (e non solo loro) all'estero: chiusi in noi stessi, impauriti, spesso incapaci di distinguere le colpe dei singoli e pronti a generalizzare gettandole addosso a chiunque non sia come noi per lingua, religione e colore della pelle. Una lettera che fa riflettere e sulla quale apriamo immediatamente un forum
ECCO IL TESTO
Carissimo Presidente, sono un'italiana residente all'estero ormai da diversi anni, ma nonostante questo sono sempre stata attaccata alla mia cara Italia. I suoi colori, la creatività, la vivacità, genuinità e ospitalità della nostra gente sono tutte cose che fino a pochi giorni fa venivano decantate all'estero come marchio dell'essere italiano e che tanto mi rendevano orgogliosa.
Come può ben immaginare, continuo a seguire tutti i fatti di attualità, di politica, di cronaca che riguardano il nostro Paese, e mi creda, mi rattrista dover confessare a Lei e prima ancora a me stessa che mi vergogno dell'Italia ritratta in questi giorni su tutte le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali.
Signor Presidente ma che succede? Dove è finita la succitata "ospitalità" degli italiani? E' davvero possibile che il sentimento più forte che emerge nella popolazione sia ormai la paura dello straniero, del migrante, dell'immigrato?
La sicurezza è certamente un problema serio, ma non penso che il modo giusto di risolverlo sia quello di alimentare la paura e l'intolleranza nei confronti di persone comunitarie ed extracomunitarie. Piuttosto penso che una più attenta politica di integrazione sociale sia la soluzione al problema dell'Immigrazione che a mio avviso, non coincide (come il governo vuole far credere) con il problema della Sicurezza.
Siamo in EUROPA e credo sia assurdo leggere ancora sui giornali, titoli come "ragazza italiana violentata da un romeno". Con questo non voglio sminuire affatto la bruttura del reato, mi auguro soltanto che la giustizia faccia il suo corso indipendentemente da chi lo ha commesso. Quindi mi chiedo quale sia il bisogno di sottolineare la diversa nazionalità?
Sono una ricercatrice e il mio lavoro mi ha dato la possibilità di uscire fuori dai "nostri confini" e mi creda non ho mai trovato tanta intolleranza come quella che sta nascendo e che si sta alimentando negli ultimi tempi in Italia.
Adesso sono in Inghilterra e come lei sa qui di immigrati (comunitari ed extra comunitari) ce ne sono tanti, ma così tanti che non si può più fare una distinzione. Per farle solo un esempio, a Pasqua ero ad Oxford e in Chiesa ho assistito ad uno spettacolo meraviglioso: c'era tutto il mondo rappresentato in quella piccola Chiesa Cattolica. Mi colpì e mi commosse la diversità dei colori della pelle, dei costumi, ma al tempo stesso l'omogeneità e la coralità di tutte quelle persone.
Mi chiedo quando in Italia sarà possibile respirare quella stessa atmosfera di integrazione che si trova ormai nel resto d'Europa?
Signor Presidente spero tanto che Lei non permetterà al presente governo di inasprire i rapporti tra gli italiani e gli immigrati, spero che Lei alzi la voce davanti a ministri che giustificano e incitano alla pulizia dei campi rom, spero che Lei faccia tutto quello che è in suo potere per rendersi portavoce della necessità di migliorare la politica di integrazione sociale di cui l'Italia ha oggi bisogno per confrontarsi alla pari con il resto del mondo e d'Europa.
Fiduciosa nella sua persona e nell'importante carica istituzionale che lei ricopre, la ringrazio per la sua attenzione e le auguro buon lavoro. Cordiali saluti,
Maria Vinci
(Pugliese, 34 anni, da 5 o 6 si dedica alla ricerca sul cancro. Ha studiato e lavorato a Milano (Ifom) e a Heidelberg in Germania. Ora si trova in Inghilterra)
Cinque-sei minuti di assemblaggio e da una proteina nasce l'Hiv
Il virus Hiv nella riproduzione da un linfocita
NEW YORK - Per la prima volta due scienziati hanno visto, in tempo reale, centinaia di migliaia di molecole unirsi, in una cellula, per formare una specifica particella di un virus che, in meno di 25 anni, ha ucciso oltre 25 milioni di persone: l'Hiv, il virus dell'Aids. Protagopnisti della ricerca sono un virologo e un biochimco della Rockefeller University di New York, che pubblicano il loro lavoro su "Nature". I risultati potrebbero rivelarsi utili nello sviluppo di nuovi trattamenti per i milioni di sieropositivi in tutto il mondo, ma anche per ripensare le attuali strategie di ricerca. E potrebbero contribuire a capire come agiscono anche altri virus.
La differenza l'ha fatto il microscopio usato dai due ricercatori: non uno classico, ma uno speciale tipo che illumina soltanto la superficie delle cellule, dove l'Hiv si assembla. In pratica, "è possibile vedere, in ogni minimo dettaglio, tutto ciò che avviene sulla superficie cellulare, escludendo il resto", spiega il biofisico Sandy Simon. L'équipe così è stata la prima a vedere quanto tempo impiega il virione, cioè la singola particella dell'Hiv, ad assemblarsi: appena 5 o 6 minuti. "Prima - afferma il virologo Nolwenn Jouvenet - non sapevamo se ci volessero frazioni di secondo oppure ore".
Per essere certi che si trattasse di particelle in assemblamento sulla superficie cellulare - e non già formate - l'équipe ha etichettato una proteina virale "chiave", chiamata Gag, con molecole fluorescenti, il cui colore cambia nel momento in cui si attaccano l'una all'altra. Molti differenti elementi servono per formare un virione, ma Gag è l'unica necessaria. I ricercatori hanno visto che le molecole di Gag vengono reclutate dall'interno della cellula e viaggiano verso la superficie. Quando ci sono abbastanza molecole vicine che si urtano l'una con l'altra, la membrana esterna della cellula comincia a gonfiarsi: è una sorta di bozzolo da cui si forma la singola particella virale, che diventa presto indipendente. Non scambia più materiale con la cellula e, anzi si stacca, pronta per infettarne altre.
BOSTON (USA) – Maria ha sei anni e mezzo, frequenta la prima elementare, ma è arrivata a scuola che già conosceva, e amava, i libri. La favola prima della nanna c'è sempre stata, possibilmente a voce alta, mostrandole le figure, spiegando i significati delle parole difficili, lasciando che a voltare pagina fossero direttamente le sue manine. E tutti quei racconti, sera dopo sera, sono stati molto più preziosi di quanto il senso comune possa suggerire. Lo sostiene uno studio guidato dal professor Barry Zuckerman, del dipartimento di pediatria della Boston University, da sempre convinto che i bimbi siano nati per leggere e che il primo incontro con il libro debba avvenire nella primissima infanzia, altrimenti è già troppo tardi perché scoppi il vero amore per la lettura.
IL RACCONTO DELLA BUONA NANNA - La favola serale, possibilmente illustrata e letta a voce alta, discutendone con i bambini, offre infatti una molteplicità di stimoli sensoriali: visivi, uditivi, tattili, cinetici. Inoltre i genitori leggendo utilizzano un linguaggio più complesso e più adatto a cogliere le possibilità di rapporto verbale che il testo sollecita nel bambino. La memoria infine viene allenata molto dalla lettura, che a sua volta stimola una partecipazione attiva e uno sviluppo della capacità di giudizio. "Il mio obiettivo consiste nel lavorare affinché l'importanza del leggere le favole ai bambini diventi parte della pratica pediatrica così come lo è informare i genitori in merito alle vaccinazioni": così si era espresso qualche anno fa il professor Barry Zuckerman.
IL PIACERE DELLA LETTURA – Ma la condizione essenziale che i ricercatori hanno sottolineato nello studio, pubblicato sul giornale Archives of Disease in Childhood, è che l'incontro con la lettura avvenga in età precoce. Il libro deve essere una sorta di imprinting per regalare tutti i benefici spiegati dagli esperti. In buona sostanza i bambini imparano ad amare il libro perché lo hanno condiviso con qualcuno che amavano e che li amava. In questo modo sarà sempre un oggetto in grado di evocare loro un'esperienza conoscitiva, ma anche emotiva e persino affettiva.
Questa foto arriva dalla Cina, precisamente da Hauying, nel Sichuan, violentemente colpito da una intensa scossa di terremoto oggi 12 maggio 2008. In questa scuola sono caduti solo alcuni calcinacci ed il bimbo può indicarli, ma in altre la devastazione è stata totale e altri bimbi e ragazzi non hanno fatto in tempo a mettersi in salvo. Arrivano storie angoscianti di studentanti crollati sui letti nei quali stavano dormendo studenti universitari, case rase al suolo, con un bilancio che viaggia in questo momento, per voce dello stesso governo cinese, verso le 9mila vittime. Cifre spaventosamente grandi, proporzionali alla numerosità della popolazione cinese e alla intensità del sisma, secondo solo al maremoto del 2006 in Indonesia. L'immensità del fenomeno che ha ucciso in pochi minuti alcune migliaia di persone è angosciante, prima che sbalorditiva e colpisce un paese già al centro dell'interesse mondiale, la Cina, nell'anno in cui ospiterà le Olimpiadi e nei giorni delle proteste dei nazionalisti tibetani e dei monaci buddhisti contro l'occupazione ultradecennale da parte del governo della repubblica popolare cinese. Una coincidenza di eventi che mettono sicuramente alla prova il popolo cinese e il governo cinese e che devono dimostrare a questi che il mondo non è anticinese, ma è pro Cina: per un paese che sia democratico, affinchè possa davvero essere come tutte le grandi potenze, a cui potenzialmente è paragonabile. Ora la Cina ha bisogno dell'aiuto di tutti e bisogna lasciar da parte le tensioni e dall'altra parte bisogna che la Cina assuma un attengiamento meno autoritario e più aperto al confronto. La tragedia cinese ripropone all'ennesima potenza immagini che si sono già viste, anche nel terremoto di S.Giuliano di Puglia in Molise nel 2002. Lì morirono 29 persone, di cui 27 bambini, nel crollo della scuola del paese per una scossa molte migliaia di volte inferiore. Allora il mondo si commosse per quella piccola immensa tragedia, inviando tantissimi aiuti che hanno permesso ai terremotati di continuare una vita, nel dolore, dignitosa. Ora siamo chiamati tutti, anche coloro che hanno già scoperto la generosità del mondo, a contribuire per una immane catastrofe, paragonabile solo allo tsunami o all'11 settembre, affinchè non sia ridimensionata come un disastro che colpisce una martoriata terra (nota espressione giornalistica) dopo il maremoto e il ciclone in Myanmar.
Oggi è stato dichiarato clinicamente morto questo ragazzo, del quale si conosce anche il volto solo ora, brutalmente aggredito a Verona. Aveva detto no a degli sconosciuti che gli avevano chiesto una sigaretta. Ora si può morire anche così e la cosa peggiore è che la sua morte è avvenuta per mano di gente a quanto pare violenta, presunti neofascisti o addirittura naziskin, i cui identikit si trovano su qualsiasi sito di informazione. Uno si è costituito, un'altro è stato preso, gli altri sono espatriati. A quanto pare tanta arroganza ora è diventata paura. Ho scelto di pubblicare la foto di Nicola e non quella dei suoi assassini per un motivo semplice: resterà l'immagine di una vita innocente spezzata da una violenza insensata, che è destinata ad essere distrutta. Questo atto ha segnato indelebilmente le vite degli assassini, a quanto è dato sapere dai media si tratterebbe di ragazzi di buona famiglia, forse non proprio ricchi annoiati, ma sicuramente non deliquenti extracomunitari clandestini. Ha un senso questo? Può avercelo? Perchè comportarsi in modo non naturale, perchè neppure gli animali uccidono per il gusto di uccidere ma solo se spinti dalla fame o dalla paura, se siamo dotati di un cervello per pensare e per provare emozioni? Probabilmente oggi la vita vale davvero poco per alcuni. L'arroganza, la caparbietà, la prepotenza sono i nuovi valori, piuttosto che amicizia, rispetto, dolore. Sì, dolore: perchè anche il dolore è un valore, come quello che in questo caso si prova per la tragica fine di un ragazzo che non aveva fatto nulla di male, era uscito la sera del primo maggio con amici per il centro della sua città, come milioni di altri ragazzi fortunati che vivono nel nostro paese fanno ed è stato aggredito, senza un perchè, probabilmente senza sapere da chi. Pace alla sua anima.
Torna l'argomento clou sul mio blog dell'Italia dei ciucci: dopo i magistrati dal congiuntivo difficile e dal pensiero interrotto, i medici da "Mio primo vocabolario". In realtà l'articolo non parla solo di questo, ma racconta un po qualcosa che tutti noi studenti universitari sappiamo, cioè che il primo problema per un esame è il numero di pagine da portare e non il programma da seguire. E' un po lungo, per questo su Repubblica.it, da cui l'ho preso, non è pubblicato in prima pagina, ma nella rubrica scuola&giovani. Il giornalista parte dalle disavventure linguistiche di un dottore con una "lastrina" per poi raccontare l'esperienza di docenti universitari, docenti Cepu e altri addetti ai lavori del mondo universitario sul grande male della società italiana del nuovo secolo: l'analfabetismo ragionato, cioè l'incapacità della nuova classe dirigente ( e probabilmente anche di quella in formazione) a sviluppare un discorso che vada al di là del vago. Per classe dirigente intendo quel gruppo di ragazze e ragazzi che ha scelto di approfondire gli studi arrivando alla laurea universitaria, senza aver concretamente conseguito una capacità discorsiva. Il terrore del leggere, anzi lo sdegnoe sopratutto l'orrore verso la scrittura, eccetto quella per nominations o che altro voi pensiate, sono le caratteristiche, purtroppo, del neo laureato italiano. Così dicono i giornali. Ma io non ci sto e credo che come me anche tanti altri non possano nemmeno sopportare di leggere una tale definizione. Bisogna denunciare questo lassismo, bisogna sforzarsi di amare inanzitutto se stessi, perchè non basta parlare, bisogna anche saper costruire un discorso. Chi parla male, pensa male e vive male. Queste sono parole di Nanni Moretti. Buona lettura!
Un "dottore" su cinque ha difficoltà a scrivere Per non parlare della lettura, oggetto misterioso
Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere
di MICHELE SMARGIASSI
Dirimere un'ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque. A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. "Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache". Luca Serianni, linguista all'università di Roma 3, ne fece esperienza diretta un giorno nell'ambulatorio di un dentista cui s'era rivolto per un'urgenza. "Con le mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per avere un parere: "Senti caro, aiutami a diramare un dubbio..."". E il professore sudò freddo: "Un medico che non sa maneggiare le parole è un medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi forse non sa maneggiare neanche un trapano".
Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s'offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico).
E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza
terribilmente cospicua, anche se si maschera bene. Negli Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa, a Roma, al termine dell'ultimo dei concorsi per l'accesso alla magistratura. Preso d'assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. "Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni", commentò uno dei commissari d'esame, il giudice di corte d'appello Matteo Frasca.
Il campanello d'allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici degli studenti. No, episodi come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole. Di chi dopo cinque (sei, sette...) anni di studio universitario non è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario.
Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di meritorie istituzioni come l'Unla, capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione funzionale per adulti dell'Indire (frequentati l'ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un po', 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri). Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l'analfabetismo riappare dove meno te l'aspetti: ai vertici. Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell'incapacità brutale di compitare l'abicì, di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l'analfabetismo più minaccioso del terzo millennio? Nadine Gordimer, per il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha più paura: "Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione". Siamo sicuri che l'Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?
Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l'antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all'Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l'indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un'enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. "Manca il tempo", "sono troppo stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi non serve", "è un medium lento", "preferisco altre forme di comunicazione sociale".
"La società sprintata", come la chiama il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, uno degli autori della riforma universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la assecondano: "La trasmissione del sapere universitario è regredita dalla scrittura all'oralità", spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non è mai messo alla prova. Persino l'arte dell'argomentazione orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: "Professori sempre più incerti fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con presentazioni Powerpoint. I "test oggettivi" d'ingresso sono crocette su questionari". La competenza linguistica non è considerata un pre-requisito indispensabile: "Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l'informatica, ma non c'è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell'italiano". Un tacito accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i testi d'esame: "Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c'è la fila di studenti che protestano".
Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell'esame. Sugli esiti dell'idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l'anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un esame", racconta il responsabile marketing Maurizio Pasquetti, "ma scopriamo quasi sempre che alla radice c'è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile "libro bianco", fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati".
"In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia ", sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: "Di solito comincio da virgole e apostrofi...". Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, "esito profiquo", "le chiedo una prologa", "attendo subitanea risposta". Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. "Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere" spiega. "Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall'università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti".
Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: "Quello che se potrei, quello che s'è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs...)...". Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? "Dipende", si fa serio, "noi cerchiamo bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma".
"Non c'è alcuna sanzione sociale verso l'analfabetismo con laurea", commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. "Fino a cinquant'anni fa l'incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono". Non è una questione di stile: l'analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica "una pillola per tre giorni", alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola? "Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi. Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa". Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma, quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche solo un quinto dell'élite dirigente, per De Mauro è un'emergenza nazionale: "Per il futuro economico del nostro paese migliorare l'italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso".