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2月16日
Torna l'argomento clou sul mio blog dell'Italia dei ciucci: dopo i magistrati dal congiuntivo difficile e dal pensiero interrotto, i medici da "Mio primo vocabolario". In realtà l'articolo non parla solo di questo, ma racconta un po qualcosa che tutti noi studenti universitari sappiamo, cioè che il primo problema per un esame è il numero di pagine da portare e non il programma da seguire. E' un po lungo, per questo su Repubblica.it, da cui l'ho preso, non è pubblicato in prima pagina, ma nella rubrica scuola&giovani. Il giornalista parte dalle disavventure linguistiche di un dottore con una "lastrina" per poi raccontare l'esperienza di docenti universitari, docenti Cepu e altri addetti ai lavori del mondo universitario sul grande male della società italiana del nuovo secolo: l'analfabetismo ragionato, cioè l'incapacità della nuova classe dirigente ( e probabilmente anche di quella in formazione) a sviluppare un discorso che vada al di là del vago. Per classe dirigente intendo quel gruppo di ragazze e ragazzi che ha scelto di approfondire gli studi arrivando alla laurea universitaria, senza aver concretamente conseguito una capacità discorsiva. Il terrore del leggere, anzi lo sdegnoe sopratutto l'orrore verso la scrittura, eccetto quella per nominations o che altro voi pensiate, sono le caratteristiche, purtroppo, del neo laureato italiano. Così dicono i giornali. Ma io non ci sto e credo che come me anche tanti altri non possano nemmeno sopportare di leggere una tale definizione. Bisogna denunciare questo lassismo, bisogna sforzarsi di amare inanzitutto se stessi, perchè non basta parlare, bisogna anche saper costruire un discorso. Chi parla male, pensa male e vive male. Queste sono parole di Nanni Moretti. Buona lettura!
Un "dottore" su cinque ha difficoltà a scrivere Per non parlare della lettura, oggetto misterioso
Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere
di MICHELE SMARGIASSI
Dirimere un'ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque. A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. "Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache". Luca Serianni, linguista all'università di Roma 3, ne fece esperienza diretta un giorno nell'ambulatorio di un dentista cui s'era rivolto per un'urgenza. "Con le mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per avere un parere: "Senti caro, aiutami a diramare un dubbio..."". E il professore sudò freddo: "Un medico che non sa maneggiare le parole è un medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi forse non sa maneggiare neanche un trapano".
Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s'offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico).
E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza
terribilmente cospicua, anche se si maschera bene. Negli Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa, a Roma, al termine dell'ultimo dei concorsi per l'accesso alla magistratura. Preso d'assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. "Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni", commentò uno dei commissari d'esame, il giudice di corte d'appello Matteo Frasca.
Il campanello d'allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici degli studenti. No, episodi come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole. Di chi dopo cinque (sei, sette...) anni di studio universitario non è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario.
Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di meritorie istituzioni come l'Unla, capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione funzionale per adulti dell'Indire (frequentati l'ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un po', 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri). Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l'analfabetismo riappare dove meno te l'aspetti: ai vertici. Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell'incapacità brutale di compitare l'abicì, di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l'analfabetismo più minaccioso del terzo millennio? Nadine Gordimer, per il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha più paura: "Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione". Siamo sicuri che l'Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?
Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l'antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all'Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l'indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un'enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. "Manca il tempo", "sono troppo stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi non serve", "è un medium lento", "preferisco altre forme di comunicazione sociale".
"La società sprintata", come la chiama il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, uno degli autori della riforma universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la assecondano: "La trasmissione del sapere universitario è regredita dalla scrittura all'oralità", spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non è mai messo alla prova. Persino l'arte dell'argomentazione orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: "Professori sempre più incerti fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con presentazioni Powerpoint. I "test oggettivi" d'ingresso sono crocette su questionari". La competenza linguistica non è considerata un pre-requisito indispensabile: "Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l'informatica, ma non c'è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell'italiano". Un tacito accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i testi d'esame: "Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c'è la fila di studenti che protestano".
Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell'esame. Sugli esiti dell'idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l'anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un esame", racconta il responsabile marketing Maurizio Pasquetti, "ma scopriamo quasi sempre che alla radice c'è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile "libro bianco", fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati".
"In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia ", sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: "Di solito comincio da virgole e apostrofi...". Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, "esito profiquo", "le chiedo una prologa", "attendo subitanea risposta". Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. "Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere" spiega. "Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall'università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti".
Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: "Quello che se potrei, quello che s'è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs...)...". Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? "Dipende", si fa serio, "noi cerchiamo bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma".
"Non c'è alcuna sanzione sociale verso l'analfabetismo con laurea", commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. "Fino a cinquant'anni fa l'incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono". Non è una questione di stile: l'analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica "una pillola per tre giorni", alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola? "Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi. Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa". Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma, quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche solo un quinto dell'élite dirigente, per De Mauro è un'emergenza nazionale: "Per il futuro economico del nostro paese migliorare l'italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso".
2月10日 Puff, è di nuovo campagna elettorale. L'Italia è un paese magico: con un colpo di bacchetta compaiono partiti nuovi, leader vecchi si ringiovaniscono e diventano nuovi, le inimicizie scompaiono e tutti insieme si fa quello che si era negato con forza fino a prima. Ed è campagna elettorale. Annunci dal celeberrimo "predellino in piazza S.Babila" e discorsi per l'Italia da Spello sono le note con cui questa inizia. Sparite "case ambigue" e "unioni di fatto": guerra tra cloni PD e PDL, dove da una parte p sta per partito e dall'altra p sta per popolo. Per il resto, bisogna vedere. C'era un governo, che tra lacrime e sangue aveva trovato un po' di soldi per gli italiani, a quelli onesti, prendendoli da imbroglioni vari (evasori di tasse, commercianti dallo scontrino difficile...). Al momento del dunque, quando davvero si sarebbe visto di che pasta era il governo Prodi, se davvero fosse stato in grado di aiutare le persone meno abbienti snobbando i desideri di industriali e ceti ricchi, gli è stata staccata la spina. Con eleganza, si direbbe, tra citazioni di Fedro e Neruda. Ma come dimenticare rincorse, sputi, spumanti, mortadelle e insulti "goliardici" fatti in maglioncino rosso e occhiali da sole? Uno scenario da martedì grasso, per un governo durato due anni e andato in crisi ogni mercoledì delle ceneri. Tristezza, tanta. Specialmente se si ricorda le campagne elettorali della vicina Francia, o quella in corso negli Stati Uniti. Lì idee, passione, convinzione, qui camicie sbottonate, chiacchiere e ancora chiacchiere.
Un altro giro di valzer andato male. Queste debuttanti della politica cominciano però a farsi vecchie senza diventare étoile. Qualcuno dice in radio che si sente aria nuova, i politici parlano di prossima legislatura costituente. E di cosa? Sarebbe bene dirlo. Perchè se fosse costituente per i partiti, alla gente cosa gliene importerebbe? Un parlamento con partiti nuovi è costituente per una nuova repubblica partitocratica. Se fosse costituente per fare le larghe intese, significherebbe confusione, peggiore di quella lasciata alle spalle dal governo Prodi. Ma pensate dover mettere d'accordo sulla politica economica Fini con Bersani? E poi larghe intese significhirebbe niente grandi riforme: niente conflitto di interessi, che non è un atto di accusa all'ex premier Berlusconi, sia chiaro, ma una regola del gioco, specialmente per il futuro. Quando si decide a chi dare rigore, la decisione non può essere presa dall'allenatore del giocatore a terra. O no? Niente riforma delle tv: alias "Attenzione alta tensione". Niente diritti civili, in clima di oscurantismo sociale. Se però costituente volesse indicare un clima più civile, dove c'è la possibilità di confrontarsi su alcuni temi importanti per la gente mettendo su un accordo ragionevole, ben venga, anzi, era ora! La costituzione da riformare è un tema, poi la legge elettorale e quanti altri i partiti vorranno proporre. Perchè l'Italia ha bisogno dei partiti, del resto la sua storia è fatta di fazioni a confronto. Gli italiani vogliono confrontarsi, discutere, incazzarsi di politica e non vogliono farlo contro la politica. Senza, non ci sarebbe la democrazia. Gli italiani sono positivi, la depressione è causata dalla classa dirigente. Non è generalizzare questo: il ricco nord-est, il triangolo Torino-Milano-Genova, le aziende emiliane, l'artigianato delle provincie, le imprese edili, i porti marittimi, i piccoli industriali coraggiosi del sud, gli agricoltori col marchio Dop e Doc, l'impresa del turismo artistico, religioso, vacanziero, l'università, i ricercatori sottopagati...E non è positivismo questo? Come possono essere depressi questi italiani se fanno tutto ciò nonostante la situazione politica sia depressa? No, non ci credo proprio, chi ci descrive depressi non ci conosce, o si ferma alle fotografie dell'Italia. I problemi ci sono e sono tanti, come in ogni paese. Una campagna elettorale non li risolve, forse la politica sì, ma solo se ci sarà forza di proporre nuove idee, di pensare alla soluzione più giusta e non alla più conveniente. Non bisogna prendere esempio da nessuno, le soluzioni non sono belle e pronte, si devono ricercare. Se ci si confronta proponendo procedimenti diversi si sbaglia meno. Se si segue tutti insieme lo stesso, si rischia di fare delle brutte copie. 2月8日 La scelta di mettere il box in sostegno della candidatura di Obama alla presidenza degli Stati Uniti è convinta, non legata all'enfasi del momento. Il pensiero repubblicano non mi ha mai affascinato, men che mai oggi. Hillary Clinton neppure: è donna, ma non porta altro alla politica. Sembra piuttosto l'immagine riflessa in uno specchio rotto del marito, che per abile e capace quanto possa esser stato, ha segnato un'epoca che oggi si è definitivamente chiusa, con l'11 settembre 2001. Bush ha rappresentato la politica della paura, di un popolo impaurito dalla violenza che ha risposto con violenza, che si è chiuso ciecamente nei propri valori ed ideali, senza capire che il miglior modo per affermarli e conoscere quelli degli altri popoli. Barack Obama invece è riuscito ad affascinarmi e confesso che non sia poco. Sono disilluso dalla politica, non perchè credo che non servi a nulla ma perchè ritengo che in Italia da troppo tempo non si faccia più politica. Obama ha proposto un progetto, delle idee, magari ascoltando pure qualche sogno, ma con concretezza. Uno per tutti: è l'unico che parla di sanità gratuita per tutti, in un paese dove si muore per strada se non si ha l'assicurazione. Che poi sia un volto nuovo non è di certo poco: giovane e, per la gioia dei razzisti, nero significa che i tempi sono cambiati davvero. Obama rappresenta il popolo americano vero: quello che sogna un domani migliore, che sa che niente è perduto e seppure lo fosse, si ricomincia a ricostruire perchè l'America è la terra di tutti e per tutti. Fa politica con le idee, non è poco, anzi è troppo per un paese abituato alla mancanza di ragione da fin troppo tempo. Obama è un leader nuovo, ma non come i nostri nuovi: parla alla gente, non per galvanizzarla o compiacerla ma per convincerla che un mondo migliore si può e che tutti possono avere il loro ruolo nel costruirlo. Buona fortuna Barack Obama, we can believe it! 2月1日
In caso di scioglimento anticipato delle Camere, le segreterie dei partiti continuano a ricevere i rimborsi elettorali della XV legislatura, quella attuale
Il voto anticipato regala 300 milioni alle casse dei partiti
La legge destina 50 milioni all'anno ai partiti per ciascuna delle due Camere Una norma del febbraio 2006 non interrompe l'erogazione anche se finisce il mandato di CLAUDIA FUSANI
La bacheca con i simboli dei partiti alle politiche 2006 ROMA - Sciogliere adesso le Camere e andare a votare significa regalare 300 milioni di euro ai partiti, cento milioni all'anno per i prossimi tre anni, fino al 2011, scadenza naturale della XV legislatura. Viene in mente "Lascia o raddoppia?", il gioco a quiz con cui gli italiani cominciarono a vincere soldi in tv nella seconda metà degli anni Cinquanta. Solo che stavolta i beneficiari sono i partiti e chi ci rimette è lo Stato, cioè i cittadini. Il gioco, se così si può chiamare, è molto semplice: ogni anno i partiti si dividono, a seconda dei voti che hanno ricevuto, una torta di circa 50 milioni di euro che vanno sotto la voce rimborsi elettorali. Cinquanta milioni per ognuno dei cinque anni di legislatura. Una volta, secondo logica, se la legislatura finiva il rimborso veniva interrotto per lasciare il posto a quello nuovo che comunque sarebbe arrivato. Invece nel febbraio 2006, ancora in sella il governo Berlusconi, interviene una piccolissima modifica che garantisce "l'erogazione del rimborso elettorale anche in caso di scioglimento delle Camere". Significa che i partiti rappresentati nel prossimo Parlamento - molti dei quali assolutamente identici - prenderanno due volte il rimborso elettorale. Succederà sicuramente a Forza Italia e al Pd che sommerà i rimborsi "vecchi" dell'Ulivo e quelli "nuovi" del Partito democratico. Forse anche in questo banalissimo calcolo di cassa sta una delle ragioni della volontà di tornare al voto. Votare conviene. Da 800 lire a 1 euro. La "guida" in questo viaggio nello spreco è Silvana Mura, deputata dell'Italia dei Valori e tesoriera del partito che per ben due volte, nella Finanziaria votata nel dicembre 2006 e in quella approvata a dicembre scorso, ha provato a cambiare le cose. Rimbalzando nel muro di gomma degli stessi partiti. Mani pulite e il successivo referendum avevano abolito nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti che nel 1999 rispunta fuori sotto la dizione "rimborso elettorale". Fin qui niente di strano. Anzi, civilmente corretto visto che i partiti sono al servizio dei cittadini ed è giusto che abbiamo un rimborso per le loro spese.
Il rimborso viene quantificato in 800 lire per ogni voto ogni anno. L'arrivo dell'euro fa raddoppiare i prezzi di frutta e pane ma anche il rimborso ai partiti che nel 2002 - governo Berlusconi - da 800 lire passa a 1 euro tondo per ogni voto. Nessuno dice niente. I rimborsi scattano per le elezioni europee, Camera e Senato e regionali. Con i ritmi elettorali che ci sono in Italia praticamente è un rimborso continuo che puntuale compare ogni anno nei bilanci di Camera e Senato. Doppio scandalo. Gli "scandali", così li chiama l'onorevole Mura, in questa pratica tutta italiana sono almeno due. Il primo: "Il fondo dei rimborsi elettorali è una cifra fissa calcolata non in base a chi va effettivamente alle urne ma sul numero degli aventi diritto". Uno spreco nello spreco che vale qualche milione di euro. Il fondo annuale, tanto per la Camera tanto per il Senato, è pari a 49 milioni e 964 mila 574 euro. Ma il numero delle persone che vota non corrisponde mai agli aventi diritto e il numero degli aventi diritto per il Senato è inferiore a quello della Camera. Qualche esempio. Nel 2006 per la Camera ha votato l'83% degli aventi diritto. Se il rimborso fosse reale, cioè solo per chi ha votato, sarebbe stato pari a 41 milioni e 789 mila euro, "un risparmio", secondo i conti di Silvana Mura, di "otto milioni di euro all'anno". Per il Senato ha votato il 76% degli aventi diritto, pari a 38 milioni di euro circa con un risparmio di 11 milioni all'anno. Il secondo scandalo. E' quello che scatta nel caso di scioglimento anticipato delle camere. Fino al 2006 il rimborso veniva interrotto se si andava al voto. Più che logico visto che con la nuova legislatura scatta quello nuovo. Nel febbraio 2006, secondo governo Berlusconi, la norma viene così modificata: "In caso di scioglimento della Camere l'erogazione del rimborso è comunque effettuata". Una riga che vale qualche centinaia di milioni di euro. "Abbiamo provato - spiega Silvana Mura - a cambiare e a sostituire la parola "effettuata" con "interrotta" ma non ci siamo riusciti". E' impossibile perché il credito è vincolato. Come se uno accendesse un mutuo su quel rimborso: poi non puoi più rinunciarci perché vincolato. Così vanno le cose. "Una generosa liquidazione dovuta a una norma scandalosa che incentiva la fine anticipata della legislatura" dice Silvana Mura. Che accusa: "I partiti hanno trovato il modo di guadagnare anche sulle crisi di governo". Il resoconto della Gazzetta Ufficiale documenta che Forza Italia prenderà comunque 12 milioni l'anno fino al 2011 oltre a quelli che incasserà per il rimborso della XVI legislatura, la prossima. L'Ulivo ne prenderà circa 16 a cui potrà aggiungere i milioni che riceverà il neonato Pd. Chissà se nelle consultazioni si è parlato di questo inedito "Lascia o raddoppia?". ( 1 febbraio 2008)
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