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日志


12月30日

Lo stato deve dire grazie a Contrada?

In questi giorni festivi è scoppiato il caso sulla grazia all'ex agente del SISDE Bruno Contrada, che sta spaccando l'opinione pubblica tra le dichiarazioni del suo legale e e quelle dei famigliari delle vittime di mafia contrarie all'idea. Lo stesso Contrada ha detto che non si deve parlare del suo caso per sentito dire, per questo dopo aver letto l'articolo di Travaglio pubblicato sull'Unità e sul blog del giornalista, come sapete formidabile nel documentarsi per poter argomentare i suoi pezzi, ho pensato di proporlo sul blog, anche per festeggiare con una grande firma  il raggiungimento dei 1000 contatti. A voi il giudizio.
 
Sulle “ragioni umanitarie di eccezionale urgenza” che hanno indotto il cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella a istruire immediatamente la pratica per la grazia a Bruno Contrada, condannato definitivamente sette mesi fa a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, bastano le considerazioni di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo: “Il giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere si è pronunciato il 12 dicembre contro il differimento della pena del Contrada poichè le patologie dello stesso potrebbero essere curate in carcere o in apposite strutture esterne. Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia e ottenerla in tempi così rapidi, il sovraffolamento delle carceri sarebbe rapidamente risolto”. Se poi Contrada non avesse avviato lo sciopero della fame, ma avesse continuato a nutrirsi, le sue condizioni di salute sarebbero senz’altro migliori. Il detenuto malato dev’essere curato, nell’infermeria del carcere o in ospedale, secondo le leggi vigenti, non essendo la grazia una terapia anti-diabete.

Quanto alle ragioni giuridiche di un’eventuale clemenza, sono ancor più deboli di quelle umanitarie. Mai è stato graziato un personaggio di quel calibro condannato per mafia. E mai è stato graziato un condannato a distanza così ravvicinata dalla sua condanna (Contrada ha scontato 7 mesi dei 10 anni previsti). Si è molto discusso, a proposito di Adriano Sofri, se il candidato alla grazia debba almeno chiederla o possa riceverla d’ufficio, se debba accettare la sentenza o la possa rifiutare: ma, se anche prevalesse la seconda tesi, sarebbe ben strano graziare un signore, stipendiato per una vita dallo Stato, che ha dipinto i suoi giudici come strumenti in mano alla mafia per condannare un nemico della mafia, giudici al servizio di “un manipolo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inventato le cose più assurde mettendosi d’accordo”. E tuttora chiede la revisione del processo. Graziarlo addirittura prima dell’eventuale revisione significherebbe usare impropriamente la clemenza per ribaltare il verdetto della Cassazione: un’invasione di campo del potere politico in quello giudiziario.

Ultimo punto: sollecitata per un parere dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, la Procura di Palermo ha risposto che Contrada non risulta aver mai interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra, ragion per cui si ritiene che potrebbe –una volta libero– riallacciarli.

Restano da esaminare le possibili ragioni ”politiche” di tanta fretta. Ragioni che risalgono alle sua lunga e controversa carriera di poliziotto e agente segreto alle dipendenze dello Stato, ma al servizio dell’Antistato.

Già capo della squadra mobile e della Criminalpol di Palermo, già numero tre del Sisde (alla guida del dipartimento Criminalità organizzata) fino al Natale del 1992, quando fu arrestato, Contrada è indicato come trait d’union fra Stato e mafia non solo da una ventina di mafiosi pentiti, ma pure da una gran quantità di autorevolissimi testimoni. A cominciare dai colleghi di Giovanni Falcone, che raccontano al diffidenza che il giudice nutriva nei confronti di “’u Dutturi”: i giudici Del Ponte, Caponnetto, Almerighi, Vito D’Ambrosio, Ayala. E poi Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui colludeva con la mafia). Tutti a ripetere davanti ai giudici di Palermo che Contrada passava informazioni a Cosa Nostra, incontrando anche personalmente alcuni boss, come Rosario Riccobono e Calogero Musso. Nelle sentenze succedutesi in 15 anni, si legge che Contrada concesse la patente ai boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco; che agevolò la latitanza di Riina e la fuga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; che intratteneva rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; che spifferava segreti d’indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire accantonati dal bilancio di Cosa Nostra, nel Natale del 1981, per acquistare un’auto a un’amante del superpoliziotto); che ha portato al processo falsi testimoni a sua difesa.

Decisivo il caso di Oliviero Tognoli, l’imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclatore della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano insieme a Falcone, Tognoli ammise che a farlo fuggire dall’Italia era stato Contrada, anche se, terrorizzato da quel nome, rifiutò di metterlo a verbale. Poi, in un successivo interrogatorio, ritrattò. Quattro mesi dopo, Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte con la bomba all’Addaura. Nemmeno Borslelino si fidava di Contrada. E nemmeno Boris Giuliano: finì anche lui morto ammazzato. Il che spiega, forse, lo sconcerto dei familiari delle vittime della mafia all’idea che lo Stato, dopo aver speso 15 anni per condannare Contrada, impieghi 7 mesi per liberarlo.

Ma c’è un ultimo capitolo, che sfugge alle sentenze: uno dei tanti tasselli che compongono il mosaico del “non detto”, o dell’ ”indicibile” sulla strage di via d’Amelio, dove morì Borsellino con gli uomini della sua scorta (ancora oggetto di indagini della Procura di Caltanissetta, che pure ha archiviato la posizione di Contrada). Quel pomeriggio del 19 luglio ‘92 Contrada è in gita in barca al largo di Palermo con gli amici Gianni Valentino (un commerciante in contatto col boss Raffaele Ganci) e Lorenzo Narracci (funzionario del Sisde). Racconterà Contrada che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva del fatto che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, credo con il suo cellulare, ma non escludo che possa anche aver usato il mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise”. Appreso che la bomba è esplosa in via d’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, giunge in via d’Amelio. Ma gli orari - ricostruiti dal consulente tecnico dei magistrati, Gioacchino Genchi - non tornano. L’ora esatta della strage è stata fissata dall’Osservatorio geosismico alle 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, cioè 100 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione. Dunque, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via d’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri sulla barca; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici solitamente chiusi di domenica, ma tutti presenti proprio quella domenica. Tutto in un minuto e 40 secondi. Misteri su misteri. Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro operativo Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime notizie confuse sull’attentato sono delle 17.30. Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini del Sisde siano dei veggenti, e ricordando i rapporti del commerciante con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione in tempo reale l'abbia data chi per motivi – diciamo così – professionali, ne sapeva molto di più. Qualcuno che magari si trovava appostato in via D’Amelio, o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione (magari il Monte Pellegrino, dove sorge il castello Utveggio, sede di misteriosi uffici del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage e poi frettolosamente chiusi). E attendeva il buon esito dell’attentato per poi comunicarlo in tempo reale a chi di dovere.

Forse, prima di parlare di grazia a Contrada, si dovrebbe almeno pretendere che dica la verità su quel giorno. Altrimenti qualcuno potrebbe sospettare – con i parenti delle vittime – che lo si voglia liberare prima che dica la verità.

12月29日

Alla scoperta del nostro albero

Credo che questa sia una vera chicca per tutti coloro che sono un po' curiosi di sapere la storia della propria famiglia, alla ricerca del parente perduto o del personaggio in famiglia. Ho letto questo articolo su Repubblica.it e sono andato subito dopo a creare il mio albero genealogico su Ancestry.it, trovando qualche sorpresa. Ve lo segnalo

di MAURIZIO CROSETTI


<B>Così ho fatto il test Dna su Internet<br>per scoprire tutti i miei antenati</B>
HO SPUTATO su tre cotton fioc, e adesso so chi sono e da dove vengo. Le eliche dei miei cromosomi si sono messe a roteare come quelle di un aereo, hanno fatto decollare i tre cotton fioc verso il laboratorio Sorenson and Genomics nello Utah, United States, poi sono tornate nel mio ufficio dove ho aperto una e-mail, mi sono collegato con il sito Ancestry. com, quindi ho digitato username e password e come per magia ho letto la mia storia vecchia ventimila anni. Ventimila. Venti, più tre zeri.

Tutto era cominciato il 22 ottobre. Avevo visto un articolo sul "Financial Times" che raccontava questa nuova moda planetaria: la genealogia. E avevo scoperto che esiste una società che si chiama Ancestry con un archivio di cinque miliardi di dati su scala mondiale: cifre su emigrazioni, immigrazioni, nascite, morti, censimenti, servizi militari ma anche elenchi telefonici e vecchi giornali. Il materiale è consultabile in rete, parte gratis, parte a pagamento, compresi i nove milioni di nomi italiani. In particolare, mi aveva incuriosito la possibilità di creare un mio albero genealogico e di incrociarne i rami con quelli di altre persone. Oltre l'omonimia internazionale, non insolita per un popolo di emigranti come il nostro, si poteva forse scoprire qualcosa di più.

Chissà, mi sono detto, se avrò risposte sul destino dello zio d'Argentina, il fratello astigiano di nonna Rosa che faceva il ferroviere a Santa Fe. Chissà se il mitico Frankie Crosetti, il fuoriclasse del baseball che giocava con Joe Di Maggio, quello che nelle foto assomiglia così tanto a mio padre era davvero mio parente. Da quando lo abbiamo curiosato su Internet, per acclamazione è diventato "lo zio Frankie". Ma per esserne sicuri, serviva qualcosa di più scientifico. E così ho fatto il test del dna. Anche se non sono un serial killer.

Dunque si parte scalando un albero. Entro nel sito italiano di Ancestry, divento mcrosetti_1 e comincio a riempire le caselle vuote con i dati della mia famiglia, io, genitori, moglie, figli, nonni. Volendo, posso accludere fotografie. Quando schiaccio enter, i miei rami s'intrecciano con quelli degli altri e poi si tratta di aspettare: pochi secondi o qualche settimana, dipende anche dalla fortuna. Se ci sono novità, sull'albero virtuale cresce una fogliolina: significa che è stato trovato un dato nuovo.

Il computer ronza, poi compare un elenco di nomi. Caterina Magdalena Crosetti, nata a Savigliano, provincia di Cuneo, Piemonte, Italia, il 16 novembre del 1937, figlia di Antonio Crosetti pure lui di Savigliano. Ora stanno a Seattle. Invece Rita Crosetti era nata a Philadelphia nel 1915 ed è morta in Pennsylvania il primo maggio 1997. Accanto a quest'ultimo nome, una traccia, cioè un indirizzo e-mail. Scrivo. Mi risponde Alfred, figlio di Rita, e mi dice che anche loro vengono dalla provincia di Cuneo, per la precisione da Mondovì. A me non risulta di avere parenti cuneesi, ma chissà. Decidiamo di tenerci in contatto e rovistare negli scatoloni delle vecchie foto, magari salta fuori che siamo cugini o qualcosa del genere.

A questo punto chiamo Ancestry, la curiosità monta. Telefono a Londra al vicepresidente del gruppo, mister Josh Hanna. La tentazione di chiedergli se è parente dell'Hanna di Hanna & Barbera, il papà di Braccobaldo, è forte. Poi, un'illuminazione: era anche il papà degli Antenati!

Come mai, signor Hanna, così tanta gente ha il trip di cercare una parentela con il proprio Fred Flinstones? "Perché il mistero delle nostre origini è tra i più affascinanti in assoluto. La vera svolta è stata il web. Negli anni Ottanta nasce Ancestry, ma il boom è degli ultimi dieci. Internet non è solo un incredibile strumento di ricerca, è anche la possibilità di contattare chiunque, all'istante e ovunque. Io stesso ho scoperto nuovi legami familiari così. Pensi che abbiamo in archivio oltre due miliardi e mezzo di nomi di immigrati italiani in America, via nave, tra il 1820 e il 1960. Per ognuno di loro sappiamo il porto di partenza e di destinazione, la classe del biglietto di viaggio e i dati relativi all'arrivo, come il bagaglio e il denaro contante posseduto. E abbiamo digitalizzato gli archivi di centinaia di comuni in tutto il mondo, lo stiamo facendo anche in Italia, cominciando dai registri anagrafici di Como".

Il possibile pronipote dei Flinstones mi spiega, però, che il vero asso nella manica è un altro: "Solo con il test del dna è possibile conoscere davvero tutto sull'origine del proprio gruppo umano di discendenza". Dice che è facile e infallibile. Sì, ma, ehm, mister Hanna, quanto costa? "Tra i 149 e i 199 dollari, dipende da quello che si vuole sapere". Ordino il modello lusso. La promessa stampata sul modulo è un tantino enfatica: "Un test che permette di tracciare la tua linea genealogica fino all'origine della civiltà". Nientemeno. Ma ci vorrà tanto? "Entro un paio di giorni riceverà il kit a domicilio". Infatti.

E' il 24 ottobre. Ecco la busta sulla mia scrivania. Arriva dalla "Dna Ancestry", 193 South Mountain Way Drive, Orem, Utah 84058. Dentro c'è una specie di contenitore a cartellina con le istruzioni e i tre cotton fioc, molto più grandi di quelli che usiamo per le orecchie. "Strofina il tampone nella parte interna sinistra della tua bocca, raschia con forza con un movimento verticale, ruota il tampone mentre raschi e fai questo per un minimo di trenta secondi". Con l'altro tampone bisogna cambiare guancia, con il terzo di nuovo la sinistra. Poi si mettono in una busta pulita, aspettando mezz'ora prima di sigillare perché la saliva si asciughi. Infine spedisco tutto al 2495 di South West Temple, Salt Lake City, Utah 84115 e aspetto.

Aspetto due mesi, fino a quando una e-mail dall'America mi dice che i risultati sono pronti. Vado nel sito, scrivo con impazienza i miei codici e infine appare il verdetto. Prima pagina: l'analisi dei miei 46 cromosomi, uno per uno, e una grossa scritta come titolo, Paternal Ancient Ancestral Group J2. Dunque, sono un "J2". Bene. Seconda pagina: una cartina geografica tipo libro di storia con due lunghe frecce, una va dal Marocco alla Turchia, l'altra dallo Yemen all'Italia, è il viaggio dei Crosetti con la clava. Terza pagina: qui, ragazzi, si parla proprio di me (quasi).

Leggo: "Il vostro gruppo genetico ha origine approssimativamente 20 mila anni fa, quando si divise in due sottogruppi, J1 e J2. Nacque in Nord Africa nella cosiddetta Mezzaluna Fertile, vicino ai moderni Egitto, Arabia Saudita, Siria e Iraq. J2 migrò e si sviluppò in Anatolia, nella parte orientale della Turchia, per spostarsi in Europa nel Neolitico, circa 5 mila anni fa, quando si dedicò alla coltivazione del suolo e all'allevamento del bestiame. In seguito J2 si fuse con le popolazioni levantino-anatoliche che sarebbero migrate nella parte meridionale dell'Europa e che attualmente hanno una vasta distribuzione in Spagna, Italia, Turchia, Albania, Grecia, oltre che nei paesi arabi e in India. Inoltre, il venti per cento degli ebrei ashkenaziti hanno origine da J2".

Dunque i miei avi erano contadini dell'Anatolia, e i loro antenati arrivavano dall'Africa del nord (io già lo sospettavo, me l'aveva suggerito l'amore folle per il peperoncino). Dello zio Frankie, purtroppo, nessuna traccia. Idem per il remoto ferroviere d'Argentina. Ho sputato su tre cotton fioc, e adesso so chi sono e da dove vengo. Ma continuo a ignorare dove vado e perché. Nel test non c'è scritto.

Ecco il giallo

A chi credere? Alla versione ufficiale diramata dai nemici politici dell'ex premier Bhutto o ai giuramenti di spregiudicati terroristi, attenti alle tradizioni tribali?
Repubblica.it
 

Benazir Bhutto è stata colpita alla testa da una pallottola, lo ha affermato oggi la sua portavoce assicurando di aver lavato il corpo della ex premier pakistana prima della sepoltura e quindi di averlo personalmente constatato. Il corpo della Bhutto, uccisa giovedì a Rawalpindi, non è stato sottoposto ad autopsia e ieri i portavoce ufficiali del governo avevano sostenuto che la morte è dovuta all'urto contro il tetto dell'automobile su cui l'ex premier si trovava al momento dell'attentato. E che non è stata colpita da alcuna pallottola.

"Lo nego fermamente. Il popolo tribale ha i suoi costumi, noi non attacchiamo le donne": queste le parole del portavoce di Mehsud, Maulvi Omar, in una conversazione telefonica da una località sconosciuta, con cui ha smentito il coinvolgimento nell'assassinio della Bhutto.

Il leader Taliban Baitullah Mehsud, considerato il luogotenente di Al Qaeda in Pakistan, nega ogni coinvolgimento nell'assassinio di Benazir Bhutto. Lo riferisce un suo portavoce. Ieri il governo pakistano ha accusato Al Qaeda di aver ordito l'attentato, fornendo quella che ha definito una "prova inconfutabile": una telefonata intercettata in cui Mehsud si congratula con un miliziano per la strage di Rawalpindi.

12月28日

La lettera di un fantasma

La settimana scorsa sono sopravvissuta a un tentato omicidio, ma 140 uomini e donne tra i miei sostenitori e della mia scorta non ce l'hanno fatta. L'attentato del 18 ottobre ha messo in evidenza la critica situazione con la quale siamo alle prese oggi in Pakistan, oggi che cerchiamo di fare campagna elettorale per elezioni libere, oneste e trasparenti sotto la minaccia del terrorismo. Quanto è accaduto dimostra la sfida logistica, strategica e morale che incombe su tutti noi. Come possiamo fare campagna elettorale presso la cittadinanza sotto la minaccia costante e concreta di essere assassinati? Con l'eventualità di un massacro di innocenti?

L'attentato nei miei confronti non è giunto inaspettato. Da informazioni attendibili ero stata avvisata di essere presa di mira da elementi che vogliono ostacolare il processo democratico. Più specificatamente ero stata informata che Baitul Masood, un afgano a capo delle forze Taliban nel nord del Waziristan, Hamza bin Laden, un arabo, e un militante della Moschea Rossa erano stati mandati in missione con il compito di uccidermi. Ho anche temuto che fossero strumenti nelle mani dei loro stessi simpatizzanti, infiltratisi nella sicurezza e nell'amministrazione del mio Paese, gli stessi che ora temono che il ritorno della democrazia possa far deviare i loro piani.

Abbiamo cercato di prendere tutte le precauzioni del caso. Abbiamo chiesto i permessi per importare un automezzo corazzato a prova di proiettile. Abbiamo chiesto di ottenere gli strumenti tecnologici con i quali individuare e disattivare gli ordigni esplosivi improvvisati spesso collocati sul ciglio della strada. Avevamo chiesto che mi fosse assicurato il livello di sicurezza al quale ho diritto nella mia qualità di ex primo ministro.

Adesso, dopo il massacro, appare quantomeno sospetto il fatto che i lampioni delle strade circostanti il luogo esatto dell'attentato - Shahra e Fisal - fossero stati spenti, così da consentire agli attentatori suicidi di avvicinarsi quanto più possibile al mio automezzo. Provo grandissimo sconcerto all'idea che le indagini sull'attentato siano state affidate al vice ispettore generale Manzoor Mughal, presente quando mio marito alcuni anni fa stava quasi per perdere la vita per le torture subite.

Naturalmente, conoscevo i rischi che avrei corso. Già due volte in passato ero stata presa di mira dagli assassini di al Qaeda, tra i quali il famigerato Ramzi Yousef. Conoscendo il modus operandi di questi terroristi, so che tornare a colpire il medesimo bersaglio è per loro prassi naturale (si pensi al World Trade Center), e che dunque sicuramente stavo correndo un pericolo maggiore.

Alcuni esponenti del governo pachistano hanno criticato il mio ritorno in Pakistan, il mio progetto di far visita al mausoleo della tomba del fondatore del mio Paese, Mohammed Ali Jinnah. Mi sono trovata davanti a un dilemma: ero stata in esilio per otto anni, lunghi e dolorosi. Il Pakistan è un Paese nel quale la politica è qualcosa di molto radicato, che si pratica in massa, con un contatto faccia a faccia, persona a persona. Qui non siamo in California o a New York, dove i candidati fanno campagna elettorale pagando i media o spedendo messaggi e posta abilmente indirizzata. Qui quelle tecnologie non soltanto sono logisticamente impossibili, ma altresì incompatibili con la nostra cultura politica.

Il popolo pachistano - a qualsiasi partito esso appartenga - ha voglia, si aspetta di vedere e ascoltare i leader del proprio partito, e di essere parte integrante del discorso politico. I pachistani partecipano ai comizi e ai raduni politici, vogliono ascoltare direttamente e senza intermediari i loro leader parlare con megafoni e altoparlanti. In condizioni normali tutto ciò è impegnativo. Con una minaccia terroristica che incombe è straordinariamente difficile. Mio dovere è far sì che non sia impossibile.

Ci stiamo consultando con strateghi politici su questo problema. Vogliamo essere sensibili nei confronti della cultura politica della nostra nazione, offrire alla popolazione l'opportunità di prendere parte al processo democratico dopo otto lunghi anni di dittatura, ed educare cento milioni di elettori pachistani sulle problematiche all'ordine del giorno.

Non vogliamo, tuttavia, essere imprudenti. Non vogliamo mettere in pericolo senza motivo e senza necessità la nostra leadership e certamente non vogliamo rischiare un eventuale massacro dei miei sostenitori. Se non faremo campagna elettorale, saranno i terroristi ad aver vinto e la democrazia farà un ulteriore passo indietro. Se faremo campagna elettorale rischiamo di essere vittime di violenza. È un enorme problema insolubile.

Attualmente stiamo concentrandoci su tecniche per così dire ibride, che combinino il contatto individuale e di massa con l'elettorato con il rispetto di rigide misure di sicurezza. Laddove c'è chi ha il telefono, potremo provare a contattarlo con un messaggio preregistrato, che descriva le mie posizioni al riguardo di alcune questioni e inviti la cittadinanza a recarsi alle urne.

Nelle aree rurali stiamo prendendo in considerazione l'idea di trasmettere miei messaggi a intervalli regolari dagli impianti stereo installati nei centri dei villaggi. Invece di attraversare il Paese con i tradizionali mezzi di trasporto tipici della politica pachistana, stiamo prendendo in esame la possibilità di "caravan virtuali" o di "comizi virtuali", nel corso dei quali potrei rivolgermi a un pubblico numeroso di tutte le quattro province del Paese affrontando i temi più importanti della campagna.

Stiamo infine anche studiando la fattibilità di una nuova educazione dell'elettorato, di nuove tecniche che inducano a recarsi alle urne e che al contempo riducano al minimo la mia vulnerabilità e le occasioni per un attentato terroristico soprattutto nelle prossime cruciali settimane che ci separano dalle elezioni del nostro Parlamento.

Non dobbiamo permettere che la sacralità del processo politico sia sconfitta dai terroristi. In Pakistan occorre ripristinare la democrazia e l'equilibrio delle posizioni moderate, e il modo per farlo è tramite elezioni libere e oneste che instaurino un governo legittimo su mandato popolare, con leader scelti dal popolo. Le intimidazioni da parte di assassini codardi non dovranno far deragliare il cammino del Pakistan verso la democrazia.


copyrightbenazirbhutto2007
12月27日

Un giorno oscuro per la democrazia

Benazie Bhutto, ex premier pakistano, in esilio volontario dal 1999, figlia del premier pakistano Bhutto ucciso dal generale Musharraf, oggi "presidente" del Pakistan, è stata uccisa. E' la leader del Partito del popolo pakistano, ultimo baluardo di democrazia in un paese sempre più incamminato verso il buio di un regime. E' molto triste apprendere della sua morte: sarà il clima di festa che si respira, sarà che gli ottimisti credono sempre che la speranza non possa morire, sarà che è donna e sembrava poter incarnare davvero l'idea di un Islam autentico, fedele a se stesso e moderno, non imbrutito da consuetudini medioevali. La Bhutto stava tenendo un comizio elettorale, perchè tra 15 giorni nel suo paese si votano le sofferte elezioni amministrative, quelle sulle quali si è giocata una oscura partita, che ha visto il presidente Musharaf cambiare la costituzione per poter essere eletto per la 3° volta presidente e la Bhutto rientrare in patria, grazie ad una amnistia, dopo le accuse di corruzione che fecero cadere i suoi precedenti governi (rivoltegli dal presidente del Pakistan, cioè l'assasino del padre nonchè generale golpista).Sembrerebbe la trama di un "La Casta" versione pakistana, ma c'è un aspetto non secondario: la costituzione modificata avrebbe consentito alla Bhutto, che all'età record di 35 anni divenne la prima donna e il più giovane premier dei paesi arabi, di aspirare ad un nuovo mandato (e di averlo visti i sondaggi). Un temibile rivale per l'alleato  di ferro del presidente Bush, alleati in Enduring Freedom nel vicino Afghanistan o è questa una tesi complottista? L'ex premier aveva già subito altri attentati dal suo ritorno in patria il 18 ottobre 2007 ed era stata anche messa agli arresti domiciliari. Ora l'ultimo atto saranno le prossime elezioni politiche in Afghanistan. Pace all'anima del premier Benazir Bhutto
 
Ultim'ora Corriere.it
AL QAEDA - L'attentato è stato rivendicato da al Qaeda. È stato il numero due di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri a ordinare l'uccisione della Bhutto. È quanto ha dichiarato il principale portavoce dell'organizzazione terroristica Sheikh Saeed in un colloquio telefonico, da una località sconosciuta, con AKI-Adnkronos International. «Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani», ha detto lo sceicco ad AKI. Secondo Sheikh Saeed, l'assassinio è stato realizzato da un militante della cellula terroristica Lashkar-i-Jhangvi del Punjab.
 
Una dichiarazione così tempestiva e al contempo così strana a me non convince: La Bhutto asset degli americani? Francamente non capisco, perchè se una logica può essere riscontrata nella strategia di Al Qaida, allora chi li ha combattuti e ricacciati sui monti del vicino Afghanista è stata l'alleanza di Enduring Freedom, di cui Musharaf è colonna portante, non di certo un politico in esilio che torna nel suo paese per proporre un alternativa di governo.
 
Ultimora Corriere.it
ATTACCHI - Il nuovo attentato segue di poche ore un attacco, avvenuto sempre a Rawalpindi, contro i sostenitori di un altro esponente dell'opposizione, l'ex premier Nawaz Sharif. Alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco sulla folla presente al raduno da un vicino edificio e hanno ucciso quattro militanti. I sostenitori di Sharif, a cui è stato proibito di candidarsi per le precedenti condanne per corruzione, hanno accusato militanti del partito di Musharraf (la Lega dei musulmani) per l'attacco.
Aggiornamento da Repubblica.it
Secondo la televisione pachistana il leader taleban Bailtullah Mahsud sarebbe sospettato di essere il responsabile dell'attentato. Mahsud, ritenuto responsabile di una serie di attentati che hanno causato decine di morti quest'anno, aveva minacciato più volte di uccidere Benazir Bhutto se fosse rientrata dall'esilio per partecipare alle elezioni parlamentari di gennaio. Da primo ministro, Bhutto aveva favorito l'insediamento dei taleban in Afghanistan.
 

Vista che delusione?!

 

LA CLASSIFICA STILATA DA PC WORLD

La delusione dell'anno? Vista!

Bocciato il nuovo sistema operativo Microsoft. Sul podio anche i formati per l'alta definizione e Facebook

Windows Vista
STATI UNITI – Arriva da Pc World l'ennesima classifica "in salsa hi-tech" di fine anno, dedicata questa volta a tutto ciò che nel 2007 ha lasciato l'amaro in bocca a quanti si aspettavano novità strabilianti dal settore tecnologico.

NUMERO UNO – La delusione più grande porta la firma del re dei software, Microsoft, che domina l'elenco di Pc World con il suo tanto atteso sistema operativo Vista. Che dire di cinque lunghi anni di lavoro e promesse che infine si sono concretizzate in un prodotto che davvero non convince? Nessun entusiasmo, tutto qua. E forse un po' di irritazione, anche, quando si realizza che Vista è più lento del suo predecessore XP, rimpianto da molti tra coloro che fiduciosi hanno inizialmente optato per l'upgrade, salvo poi ritrovarsi a fare marcia indietro.

ARGENTO E BRONZO – La seconda posizione della classifica è quindi occupata da quanti hanno ingaggiato la cosiddetta guerra dei formati per l'alta definizione. Tra il susseguirsi degli annunci da parte di chi, di volta in volta, ha dichiarato di aver infine conquistato la supremazia nel settore, nessuno è ancora riuscito a comprendere esattamente per cosa sia meglio spendere dei soldi: Blu-Ray, HD Vmd (Versatile Multilayer Disc) o HD Dvd? Forse è il caso di attendere ancora un po'. A seguire incontriamo poi Facebook, bacchettato per via della vicenda Beacon, ovvero il programma di advertising per così dire indiscreto (in quanto faceva sì che informazioni personali venissero automaticamente condivise all'interno del social network) che all'inizio di novembre era comparso sulle pagine degli utenti, in barba alla privacy e suscitando un fiume di polemiche. Per questo "tradimento" perpetrato in nome della pubblicità, Facebook si è quindi visto appuntare la medaglia di bronzo di Pc World, anche se è vero che in risposta alle proteste degli utenti ha provveduto a modificare il sistema affinché il meccanismo di condivisione di Beacon si attivi solo previa autorizzazione del diretto interessato.

LA SPIA – Che dire poi di Yahoo! e della sua scelta di fornire al governo cinese informazioni su alcuni dei propri utenti considerati dissidenti? Nel corso degli ultimi 5 anni il motore di Sunnyvale ha fatto la spia in almeno 3 circostanze, portando all'arresto dei soggetti in questione. Condotta, questa di Yahoo!, che non è piaciuta proprio a nessuno. E che è apparsa ancora più deprecabile nel momento in cui gli amministratori della società hanno infine ammesso di aver mentito quando, di fronte ai membri del Congresso, hanno dichiarato di non essere a conoscenza del motivo per cui il governo cinese volesse le informazioni richieste. Lo sapevano eccome, e le loro scuse non hanno fatto riguadagnare a Yahoo! i punti persi.

CE N'È PER TUTTI – La classifica tira poi le orecchie a casa Apple sia per la politica dei prezzi attuata per il suo nuovo iPhone, sia per tutti i problemi che affliggevano il nuovo sistema operativo Leopard prima del rilascio dell'update. Non la passano liscia i provider broadband statunitensi che improvvisamente hanno ristretto la banda a quanti utilizzano la propria connessione per scaricare file dai network di condivisione, e nemmeno i 120 governi che – secondo i dati raccolti dagli esperti di sicurezza di McAfee – sarebbero coinvolti attivamente in pratiche di spionaggio e assalti in rete.

SOCIAL NETWORK - Delusione anche per la scarsa fantasia degli amministratori dei milioni di social network presenti online: «Condividere e socializzare è bello, ma siamo sicuri che non ci sia nulla di nuovo da offrire?» si chiedono quelli di Pc World, scommettendo che da qua a un paio d'anni la moda sarà passata e la maggior parte di questi siti non esisterà più.

Alessandra Carboni

12月24日

Auguri per non essere più distratti...

E' la sera del 24 dicembre e un po tutti siamo distratti. Siamo distratti perchè abbiamo mille cose da vedere, preparare, controllare, fare. Apparecchia la tavola, metti la pentola, accendi la tv, no spegnila, chiama a tuo fratello, aiuta tua sorella, lascia fare a me, perchè devo fare tutto da solo...è il caos delle case di tutti coloro che si apprestano a "celebrare" la vigilia di Natale. A tutti questi va l'augurio di stare un po più tranquilli per trascorrere serenamente il Santo Natale. Poi ci sono gli "altri". Chi è in una macchina, su una strada, in un accampamento, in una mensa, in una corsia di ospedale, in una caserma, sulla stazione orbitale a migliaia di km da terra, su una nave o in un letto, cioè tutti coloro che vorrebbero vivere questo caos, o che forse vorrebbero solo passare il Natale in modo diverso da come "devono" trascorrerlo. A tutti voi un Buon Natale. Non si può essere distratti dalle cose che fanno il Natale sul Natale. Perciò cerchiamo almeno in questi giorni natalizi di essere meno distratti dal mondo, cerchiamo di essere meno egoisti, pensiamo che nel Mondo la speranza non è finita. Il Natale del resto per i cristiani è la festa della nuova speranza, quella che ha riscattato l'umanità e che ha creato una nuova alleanza con Dio. Lasciamoci convincere, cerchiamo di convincere. Speranza è un termine vago, che si traduce in modi diversi anche in una stessa lingua e può assumere anche i significati apparentemente più banali come iniziare la raccolta differenziata (visti i chili di rifiuti che accumuleremo in queste sere), offrire qualche provvista alla mensa cittadina, scusarsi per una cattiva parola, per un gesto inopportuno, cercare di ricostruire un rapporto compromesso dalla propria distrazione. Facciamo che il Natale ci distragga dalla nostra pochezza e non che la pochezza ci distragga dal Natale...
12月23日

Non fumatore ma sedentario

Per la serie "ci facciamo del male" ecco un articolo pubblicato su Corriere.it che parla di uno studio sull'importanza del movimento fisico, anche il solo camminare o addirittura stare in piedi, per la salute fisica. Poltrire si sapeva che non era bello, ora si sa che non fa neanche bene...

LONDRA - Essere troppo sedentari è rischioso tanto quanto fumare. L’indicazione arriva da due diversi studi - uno americano, l’altro australiano – che pongono l’accento sui pericolosi effetti che una vita trascorsa «da seduti» ha sul nostro organismo. E’ risaputo che l’immobilità causi problemi fisici di varia natura, ora, però, queste due ricerche non solo lo confermano, ma sono anche in grado di definire meglio i termini della questione, rimarcando che la vita sedentaria sarebbe dannosa quasi quanto le sigarette in termini di accresciuto rischio di andare incontro a malattie di cuore, diabete di tipo 2 e obesità. A rischiare sarebbero, dunque, le milioni di persone che svolgono un lavoro di tipo sedentario, che le obbliga a rimanere sedute per lunghe ore durante la giornata. «Il vero pericolo per il futuro – si legge nella relazione di Marc Hamilton, a capo dell’equipe americana, pubblicata dalla rivista Diabetes di novembre - resta legato al fatto che ci siano ancora moltissime persone assolutamente inconsapevoli dei rischi che comporta la sedentarietà e la nostra indagine ha rivelato un significativo impatto dell’inattività, paragonabile agli effetti causati dal fumo».

MUOVERSI IL PIU' POSSIBILE- Il secondo studio, invece, svolto dall’International Diabetes Institute di Melbourne, è ancora più drastico e sottolinea come la classica mezz’ora di attività fisica, che una ricerca del marzo scorso aveva indicato come arco di tempo indispensabile per mantenersi in buona salute, non sia probabilmente sufficiente a scongiurare del tutto i problemi legati alla sedentarietà, primo fra tutti il diabete. Analizzando un campione di oltre 8mila persone al di sopra dei 35 anni e senza problemi di diabete, infatti, il professor David Dunstan e la sua equipe hanno dimostrato come i 30 canonici minuti di ginnastica possano poco se accompagnati a più di tre ore di inattività totale. Ma nemmeno aumentare la permanenza in palestra a 2 ore sarebbe d’aiuto, perché - rilevano gli esperti - muoversi per un tempo così limitato è comunque poco nell'arco di un’intera giornata (in molti casi parliamo anche di 22 ore) trascorsa nell’immobilità pressoché assoluta.
Ovviamente questo non rappresenta affatto una buona ragione per rinunciare anche a quei pochi momenti di attività, anzi, dovrebbe essere un ulteriore stimolo per sforzarsi a fare del moto a ogni occasione utile, anche quando si è incollati alla propria scrivania.. «E’ fondamentale rompere la monotonia della sedentarietà – ha spiegato il medico australiano – sfruttando ogni possibilità che ci viene offerta. Ad esempio, andare a parlare a un collega, anziché mandargli una mail o chiamarlo al telefono, ci permette di muoverci e di sgranchirci le gambe. Ed è stato provato che chi si muove di più e meglio, corre meno rischi di ammalarsi di diabete».

Simona Marchetti

Videogiochi Vs realtà

Fare sport fa bene, ormai lo sappiamo tutti.   Mantiene sano il sistema cardiocircolatorio, migliora la respirazione, ci mantiene sani contribuendo a bruciare calorie e ad evitare che si trasformino in massa adiposa, mantiene robusti i muscoli. Nell'era di internet molti passano più tempo a farlo virtualmente che realmente. Questo studio, pubblicato su Corriere.it, ha confrontato l'attività fisica reale con quella virtuale. Risultato scontato? Non si direbbe, visto che giocare a bowling in prima persona o con un videogioco non sembrerebbe avere molta differenza, ma se vi piace essere Federer virtualmente perchè non lo siete sul campo....

LIVERPOOL - Chi pensa di appendere la racchetta al chiodo per convertirsi al tennis virtuale, giocato con un cilindro di plastica (Wii) al posto del classico attrezzo con le corde, deve fare i conti con la bilancia. Eseguendo gli stessi gesti – dritto, rovescio, battuta e volée – davanti a un monitor invece che su un campo di terra rossa si smaltiscono meno calorie. Tutto a discapito della forma fisica. Il dispendio energetico durante una partita di cyber-tennis non è paragonabile a quello conquistato sul vero rettangolo polveroso, come riporta il British Medical Journal. Senza contare le ripercussioni sul tono muscolare: nel tennis reale si corre in ogni direzione e si agita un peso (300/400 grammi), in quello virtuale non sono contemplati scatti e lunghi spostamenti.

IL GUADAGNO - Addio ai sogni di smaltire pancetta, maniglie dell’amore e qualche centimetro di coscia. Gli esperti dicono che basterebbe un’ora di sport al giorno per eliminare il triplo delle calorie spese durante il riposo e il videogioco «ginnico» non è sufficiente. Ma un dato positivo c’è: un videogame attivo (che implica il movimento di più muscoli) aiuta a bruciare il 2% di calorie in più a settimana di un videogame sedentario che ti costringe a rimanere incollato al divano.

I PARAMETRI - Per calcolare quanta energia si consuma davanti a una consolle di ultima generazione, un gruppo di ricercatori della Liverpool John Moores University ha preso in esame undici adolescenti, 6 maschi e 5 femmine di età compresa tra i 12 e i 13 anni, scelti tra i patiti del joystick. Ai soggetti - tutti di peso normale, idonei a qualsiasi tipo di attività fisica e senza preferenze tra Wii e ruderi come il Pacman – è stato chiesto di giocare indossando strumenti per il conteggio delle calorie. I partecipanti, prima si sono cimentati nel sedentario Project Gotham Racing 3 (XBOX 360) per 15 minuti e poi, dopo 5 minuti di riposo, hanno impugnato il Wii (Nintendo Sport) per una partita di bowling (sempre 15 minuti con intervallo di 5 minuti), una di tennis (altri 15 minuti più 5 minuti di intervallo) e una di boxe (stesso tempo di attività).

I RISULTATI – Nei 60 minuti totali di gioco ogni ragazzo ha consumato più calorie durante le gare «attive» che non con quelle inattive. Per l’esattezza ha consumato 250 chilojoule (unità di misura per l'eneregia) in più in un’ora, pari a 60 chilocalorie.Tra maschi e femmine inoltre esiste un leggero divario: le ragazze smaltiscono meno dei colleghi uomini, soprattutto nel tennis.

LO SPORT REALE - Confrontando l’energia media bruciata tra l’impegno virtuale attivo e quello dello sport reale si nota che nel caso del bowling (una delle altre opzioni, oltre al tennis, offerta da Nintendo) c’è poca differenza: 730 chilojoule all’ora (Kj/h) con Wii contro 800 Kj/h con il lancio della sfera sul vero parquet. La differenza è più marcata per il tennis: 750 Kj/h con la consolle al posto di 1330 Kj/h per un incontro sotto rete in doppio. Mentre se si guarda la boxe tra le due attività c’è un abisso: 730 Kj/h contro 1600 Kj/h per l’esercizio con il sacco e 2410 Kj/h per un allenamento in guantoni con lo sparring.

REALTA’ INSOSTITUIBILE - La conclusione dello studio è che lo sport reale non si può sostituire con quello elettronico, almeno se si desidera mantenere un peso normale e una buona forma fisica, scongiurando la ciccia. Per quanto riguarda il divertimento, è tutta un’altra storia.

Paola Caruso

12月22日

I giudici: sì alla selezione degli embrioni prima dell'impianto (per diagnosticare gravi malattie genetiche)

Sembrerebbe di cattivo gusto per gli amanti del politicamente corretto parlare di questo argomento così spinoso alla vigilia del Santo Natale, ma l'attualità merita attenzione, altrimenti si cade nel vago e nel vuoto. In questa occasione, la riflessione è importante, perchè riguarda un argomento molto dibattuto in Italia negli ultimi anni, sui quali ci siamo espressi con un referendum, in cui non si raggiunse il quorum, che tuttavia viene modificato da questa sentenza giuridica. Segnalo questo articolo dal sito Repubblica.it.
 
ROMA - Arriva da Firenze l'ordinanza, con valore di sentenza, che scardina la legge sulla fecondazione assistita. Il giudice ha accolto il ricorso di una coppia e ha stabilito che le linee guida che vietano la diagnosi preimpianto degli embrioni sono inapplicabili perché contro la legge stessa e contro la Costituzione. È possibile quindi la diagnosi preventiva se c'è il rischio di trasmettere una grave malattia genetica, è lecito rifiutare il numero obbligatorio di tre embrioni se una gravidanza gemellare può compromettere la salute della donna.

Torna ancora nelle aule giudiziarie la battaglia sulla procreazione assistita, e dopo il caso del tribunale di Cagliari arriva un altro giudice a dare ragione alle coppie che lottano per cambiare le norme. Questa volta a sollevare la questione è stata una coppia trentenne di Milano, lei è portatrice di una grave malattia, la esostosi, malattia genetica che porta all'accrescimento esagerato della cartilagine delle ossa: c'è una percentuale molto elevata che venga trasmessa al figlio, esiste la possibilità che sia mortale.

La coppia si rivolge al centro Demetra di Firenze e chiede di poter fare la diagnosi preimpianto, inoltre chiede che la fivet sia adeguata allo stato di salute della donna che non può rischiare una gravidanza gemellare. Il centro risponde che tutto questo la legge non lo consente. "La coppia deve per forza sottoporsi alla roulette russa con il rischio di avere gli embrioni malati", racconta l'avvocato Gianni Baldini che ha curato il ricorso. "Così i coniugi si rivolgono al sito www. madreprovetta. org per chiedere una consulenza e iniziamo un'azione legale".

Alla base del ricorso, spiega l'avvocato, ci sono diverse considerazioni. "C'è il fatto che la legge 40 non stabilisce espressamente il divieto di diagnosi preimpianto, sono le linee guida a stabilirlo dicendo che le indagini preventive non possono essere di natura genetica ma solo osservazionale cioè morfologica". Questo divieto incide su un diritto soggettivo assoluto, dice l'avvocato Baldini, qual è quello dell'autodeterminazione, incide sul diritto alla procreazione cosciente e responsabile, al consenso informato.

"Il giudice Isabella Mariani accoglie il ricorso, "dicendo che è fondata l'illegittimità delle linee guida che espressamente disapplica, un provvedimento con efficacia vincolante per altri giudizi e per il Tar". Il giudice inoltre prende altre due iniziative contrarie alla legge. "Condanna il centro ad eseguire la diagnosi e stabilisce la crioconservazione degli embrioni malati, che la legge vieta, e dice che il medico deve seguire le regole della migliore scienza ed esperienza con specifico riguardo alla salute della donna. Questo è un altro colpo al cuore della legge 40, perché ristabilisce l'ordine gerarchico previsto dalla Costituzione e dalla legge 194 che antepone la salute della donna a quella del nascituro".

L'ordinanza non è revocabile, vale quanto una sentenza, se il centro Demetra non ricorre in appello diventa definitiva. È la seconda sentenza a favore della diagnosi preimpianto nel caso di malattie genetiche, a settembre il tribunale di Cagliari aveva dato ragione ad una donna portatrice di talassemia. "Da quando è andata in vigore la legge arrivano molte richieste di sostegno legale, è aumentato il contenzioso giudiziario, la legge 40 è avvertita contro il bene della coppia", dice Monica Soldano, presidente dell'associazione "Madreprovetta", "la legge viene sempre più percepita come ostile a un progetto genitoriale".
(22 dicembre 2007)
Se vi va di lasciare un commento io sono disponibile a parlarne qui
12月18日

Spazio ai sogni

Possiamo dire che gli auguri di Buon Natale, forse non acora fatti a tutti, hanno funzionato. Mai si sarebbe potuto pensare che l'ONU sarebbe  arrivato ad una decisione così importante con un consenso tanto largo e mai alcuno avrebbe scommesso sull'Italia come promotore di questa grande battaglia di civiltà. Moratoria non significa abolizione. Purtroppo.
Non è vincolante. Peccato.
Ma è un atto morale importante, perchè compiuto dal massimo ente politico presente sul pianeta, quello per intenderci che fa si che una guerra diventi meno ingiusta di un'altra o nel quale ci si propone "difensori della libertà". L'Italia ha dimostrato che una società diversa è possibile. Ora sta ai singoli paesi comportarsi di conseguenza. Non ci saranno ripercussioni per i trasgressori, ma certo non sarà una bella pubblicità per chi non rispetterà la moratoria. Di certo non farà guadagnare punti in sede di sorteggio per organizzare un'Olimpiade, un Mondiale di Calcio o di Sci. Non potrà certo fregiarsi di titoli quali paese democratico, inserito nella comunità internazionale. Peccato che gli USA non abbiano votato. Sembra che tecnicamente essendo una nazione federale, in tema di giustizia penale c'è l'autonomia e non decide lo stato centrale. Sembra tanto un'arrampicata sugli specchi, considerando che solo 13 stati su 50 hanno abolito la pena capitale. Tuttavia il dibattito (surreale) sulla crudeltà dell'iniezione letale potrebbe aprire un'ulteriore speranza. In America non si può uccidere in nome dellsa Costituzione in modo crudele. Ora bisogna capire quanto uccidere non sia crudele. Gli italiani depressi secondo il New York Time? Vuol dire che la terapia sta dando i suoi frutti.
E come sempre le rivoluzioni non sono mai fatte in solitario. Bisogna dire grazie alla Francia e a tutta l'Unione Europea, al Brasile ed al Messico per il risultato ottenuto. In Italia grazie a Pannella per averci creduto e al Governo italiano. Ora ha ragione il ministro D'Alema: <<Lavoriamo per abolirla>>.  Sì, perchè dopo che si è realizzato un sogno, le utopie si riducono di grado e diventano automaticamente sogni, per cui possiamo realizzarli. Come ha scritto un'amica nel suo tag <<i sogni passano se uno li fa passare>>.
Vediamo cosa dice questo documento:
 
"L'Assemblea generale, guidata dagli obiettivi e dai principi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite;
Richiamando la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo, la Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici e alla Convenzione per i diritti del bambino; Richiamando le risoluzioni sulla "questione della pena di morte" adottate nel corso degli ultimi dieci anni dalla Commissione per i diritti umani in tutte le sue sessioni consecutive, la più recente essendo la E/CN4/RES/2005/59 che ha esortato gli Stati che mantengono la pena di morte ad abolirla completamente e, nel frattempo, a stabilire una moratoria sulle esecuzioni; Richiamando gli importanti risultati raggiunti dalla ex Commissione per i Diritti umani sulla questione della pena di morte e contemplando che il Consiglio per i diritti umani possa continuare a lavorare su questo tema; Considerando che la messa in atto della pena di morte va a minare la dignità umana e convinti che una moratoria sull'esecuzione della pena di morte contribuisca alla promozione e al progressivo sviluppo dei diritti umani; che non c'è prova definitiva del valore della pena di morte come deterrente; che qualsiasi errore o fallimento della giustizia sull'applicazione della pena di morte è irreversibile e irreparabile; Accogliendo le decisioni prese da un sempre maggiore numero di stati nell'applicare una moratoria sulle esecuzioni, seguita in molti casi dall'abolizione della pena di morte;
 

1) Esprime la sua profonda preoccupazione per il sussistere dell'applicazione della pena di morte;

2) Esorta gli stati che mantengono la pena di morte a:
a) rispettare gli standard internazionali che salvaguardano i diritti di coloro che sono in attesa dell'esecuzione della pena capitale, in particolare gli standard minimi, come stabilito dall'allegato alla risoluzione 1984/50 del Consiglio economico e sociale
b) fornire al Segretario generale informazioni riguardanti la messa in atto della pena capitale e l'osservanza delle clausole di salvagaurdia dei diritti di coloro che sono in attesa dell'esecuzione della pena di morte
c) restringere progressivamente le esecuzioni e ridurre il numero dei reati per i quali la pena di morte può essere imposta
d) stabilire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell'abolizione della pena di morte.

3) Esorta gli stati che hanno abolito la pena di morte a non reintrodurla;

4) Chiede al Segretario generale di riferire sull'applicazione di questa risoluzione nella 63esima sessione; 5) Decide di continuare la discussione sul tema nella 63esima sessione all'interno dello stesso punto dell'agenda".
12月16日

Cronaca di un week-end particolare

Sono state due giornate intense queste: la neve a Termoli, mai così abbondante, mai così a lungo. Un'evento atmosferico estremo, che ha colpito Termoli con estrema intensità. Ricostruiamo gli eventi.
Venerdì 14 dicembre 2007
La minaccia fantasma. Temperature basse, primi soffi freddi dalla Russia. La giornata si apre con le segnalazioni di nevicate sporadiche sull'Abruzzo: Chieti, la Val Di Sangro. I primi fiocchi cadono su Termoli e su tutto il Basso Molise, il resto del Molise resta ad aspettare perchè la pertubazione viene dal mare. Da una settimana i metereologi annunciavano la svolta fredda, molti non vi credono. In A14 vengono prese misure precauzionali: vengono messi in moto i mezzi spargisale, con largo anticipo rispetto agli eventi atmosferici. Nella sera inizia a nevicare in Val di Sangro, la situazione resta sotto controllo. Il campanello d'allarme suona: neve alle Tremiti, dopo 24 anni. I racconti vengono dagli stessi isolani, costretti sulle isole a causa del blocco dei mezzi. Tanti fiocchi e tetti imbiancati.
Sabato 15 dicembre 2007
Caos Day. In realtà il risveglio è piacevole, una spruzzata di neve su Termoli, un po di più sull'hinterland e sul resto della regione, la situazione sembra sotto controllo. La temperatura è vicina allo 0, si vede finalmente qualcuno che sparge sale sull'asfalto, ma è troppo tardi perchè la prima neve ha già attecchito. La situazione sfugge di mano per un inatteso colpo di scena: tormente di neve sulla costa. Dalle 12 fino alle 22 almeno 4 intense nevicate si sono abbattute sul litorale, trasformando il territorio costiero in un paesaggio da costa isalndese. I termolesi, nuovi ad auna situazione tanto particolare, si lasciano prendere dal panico: traffico prima ingormgato, poi bloccato verso il centro, per riprendere i figli dalle scuole, rimaste tutte aperte nonostante la situazione di pre-allarme. Finalmente alle 11.30 le scuole chiudono, partono gli ultimi autobus verso l'interno del Basso Molise, si torna a casa. Prime auto in panne a Riovivo, Porticone, Difesa Grande. La situazione va peggiorando col passare delle ore e con l'aumentare dei centimetri di neve. Dopo il tramonto lo scenario è incantevole: tutta la città è ricoperta da alcuni centimetri di neve. Nel Borgo, per il Corso, al Porto si vedono battaglie a palle di neve e pupazzi di neve. Colbacchi, doposci, completi da sci escono fuori dagli armadi per essere finalmente usati non per moda ma per necessità. Con la sera e con il crollo delle temperature la situazione precipita: il ghiaccio crea ingorghi per auto di traverso, microtamponamenti, aquaplaining. Alle rotonde le auto escono di strada, sulla discesa di via Padova si sbanda e molti automobilisti rischiano. Il sale, messo evidentemente troppo di fretta, non ha funzionato.Sabato sera da forzati in casa: pochi in giro per Corso Nazionale, più simile ad uno scorcio di Siberia, molti bloccati nei paesini limitrofi o nella periferia. QUalche ruspa arruolata come spalaneve inizia a girare: a Porticone alle 22 finalmente si riesce a passare, complice anche la fine della nevicata.
Domenica 16 dicembre 2007
The day after tomorrow. Il risveglio è gelido: -2 °C, nuova nevicata, che va aumentando di intensità. Ancora una tormenta. In A14 la situazione è al limite del dramma: automobilisti e camionisti bloccati il giorno prima, poi filtrati, quindi costretti in fila e consigliati a lasciare l'autostrada: fino a Bari la situazione non cambia. Continuano i blocchi sotto la neve, file chilometriche si vedono dalla città. Il manto nevoso stabilmente supera i 10 cm, la sabbia è una coltre ghiacciata, nel Parco lo scenario è da taiga finlandese. Auto si vedono parcheggiate ovunque, le catene sono obbligatorie per muoversi, la mattina passa tra stupore e difficoltà. Alle 12 finalmente smette di nevicare. Lentamente si ritorna alla normalità, termine anomalo con tanta neve in giro per una cittadina di mare. Nel pomeriggio si fa il punto della situazione: si circola in tutto il Basso Molise, ma con gomme da neve o catene. A Termoli le catene non sono più necessarie, ma il pericolo, col passare delle ore, resta il ghiaccio. Il centro si ingrigisce, la neve scompare prima dove passano auto e tante persone. Le periferie sono ancora bianche, come pure le rotonde, isole nevose nell'asfalto viscido.Alla sera la notizia: scuole tutte chiuse lunedì 17 dicembre 2007 a Termoli, in seguito alle abbondanti nevicate. (le previsioni indicano una possibile ripresa nella notte, anche sulla costa).
12月15日

Tutto bianco!!!

 
Tutto vero!!! Termoli, come tutto il resto della regione, è imbiancata dalla neve. La nevicata è iniziata attorno alle 2 e si  protratta fino alle 8, per riprendere in mattinata anche se spesso intervellata da pause. Termperatura di 0 gradi centigradi e vento teso da nord: gli ingredienti ci sono tutti per questa nevicata natalizia. Pensate che a Termoli la neve non si vedeva ormai dall'8 aprile 2003, storica nevicata della domenica delle palme, con quasi 10 cm di neve sul livello del mare. Da allora non bussa alla porta di Termoli e se si cerca un paragone col periodo in questione, bisogna risalire addirittura alla metà degli anni 90 per ritrovare una nevicata a Termoli a Natale. Ieri era stata la volta delle Isole Tremiti, dove ha continuato a nevicare per tutta la notte, dopo ben 24 anni di assenza della neve dall'arcipelago diomedeo. Spero di ricevere presto foto da poter pubblicare. Nel Molise interno la situazione è peggiore: strade ghiacciate, neve abbondante e scuole chiuse. Dovrebbe nevicare per tutta la giornata e ancora fino a domani mattina, poi la situazione dovrebbe migliorare con un leggero rialzo termico e il ritorno della pioggia. Godiamoci questa bella nevicata, che ci regalerà un Natale più in tema e che sta trasformando la costa molisana e tutta quella Adriatica in una riviera dell'Artico (sono ormai lontani i ricordi dei 50 gradi e del fuoco estivo...)
12月14日

I saw it

Io l'ho vista. Questa mattina, come al solito un po frettolosa, quasi scocciata, ma sempre in forma. Non si è fermata, ora aspetto che venga a Termoli.
In questo 2007 dei 50 gradi a Termoli, degli incendi e dell'afa, dell'inverno passato al sole e senza neve (nè pioggia) finalmente la neve si è vista. A Chieti, stamattina, con 3 gradi. A quanto pare questa notte dovrebbe posarsi e la temperatura glielo dovrebbe permettere visto che all'uscita dall'università ( Chieti Scalo) la macchina segnava 3 gradi, che significa 1 grado a Chieti alta. Ora sono qui a Termoli la temperatura  intorno ai 5 gradi e chissà se si vedrà anche qui. Oggi pomeriggio sembra che l'abbia fatta una comparsata veloce veloce, mentre in Puglia ci sono state bufere di Neve tra San Giovanni Rotondo, Bari e Foggia. Aspettiamo...
12月13日

L'attacco della neve (Episodio 2)

Rieccoci alle solite: questa volta però sembra che il periodo sia quello giusto e anche la pertubazione sembra promettere bene. Questo grafico è preso dal sito www.ilmeteo.it del metereologo Antonio Sanò, che preannuncia, a dir la verità è stato il primo a prevederlo, una violenta irruzione di aria fredda dalla Russia per venerdì 14 dicembre 2007. Qui a Chieti in effetti oggi 13 dicembre la temperatura non è andata oltre i 6 gradi e tutto lascia supporre che la neve dovrebbe arrivare, finalmente prima di Natale! Personalmente non so se la vedrò perchè nel pomeriggio domani dovrei ripartire per tornare in quel di Termoli. Non sono uno sprovveduto. Visto che le precipitazioni più abbondanti dovrebbero colpire proprio l'Abruzzo, valuterò prima se si può partire. Invito tutti quelli che devono partire a fare così, perchè ho vissuto un'esperienza di viaggio sul tratto di A14 tra Chieti e Pescara con la neve e vi assicuro che non è piacevole: l'auto che mi precedeva ha sbandato vistosamente e solo grazie alla distanza di sicurezza non ha tamponato le altre.
Augurando a tutti quelli che se la potranno godere buona neve, spero inanzitutto che non sia una bufala. La situazione dovrebbe migliorare da domenica, tuttavia il clou del freddo si raggiungerà sabato con precipitazioni anche sulle coste. Vedremo...
12月8日

Gli auguri e la liberazione di una donna

Oggi è il giorno dell'Immacolata Concezione, auguri a tutti!

Meno felice è questa storia che metto qui sul blog e che mostra quanto profondo possa essere il baratro della disperazione umana. Parla di violenze in famiglia e su una donna continuare per 26 anni. Il dramma finalmente si è concluso ieri, dopo una vita di disperazione. E' una storia che succede a Termoli, non viene da una grande città o da un paese del terzo mondo. O forse stiamo diventando noi il terzo mondo?

Un inferno durato 26 anni. Ricatti sessuali davanti ai figli

Da Primonumero.it
Nuovi agghiaccianti particolari nella vicenda di C.D.L., muratore termolese di 43 anni, arrestato per le ripetute violenze fisiche sulla ex moglie. Secondo gli inquirenti che hanno svolto l’indagine, in passato ha tentato di rapire uno dei suoi figli, costretto la compagna a spogliarsi puntando una pistola alla tempia della figlia piccola, rivolto attenzioni morbose verso la suocera. Un comportamento aggressivo che nasce dalle sue ossessioni e da condizioni di degrado sociale ed economico

Termoli. Non è solo una storia di violenza e di soprusi, ma anche una storia di degrado, di miseria, di ignoranza e di ossessioni mai risolte. E’ la storia del 43enne di Termoli che venerdì mattina - 7 dicembre - dopo anni e anni di abusi nei confronti di quella che oggi è l'ex moglie (i due si erano sposati giovanissimi) è stato arrestato dalla Squadra Mobile per maltrattamenti in famiglia, violenza privata e violenza sessuale. Anni in cui ha cercato in tutti i modi di renderle la vita insopportabile, provando in più occasioni a portarle via i figli, piombando e ripiombando in casa sua – dopo la separazione - con la pretesa di avere dei rapporti sessuali con lei e una volta minacciando addirittura di far del male alla figlioletta se lei non si fosse sottostata ai suoi voleri.

Probabilmente è un uomo malato, C.D.L., muratore che vive e lavora a Termoli. Non a caso questo rapporto così aggressivo con le persone e in particolare con i familiari ha radici molto lontane. Già da minorenne ebbe dei problemi con la giustizia per reati di tentata violenza carnale e atti di libidine. In seguitò andò in carcere per il sequestro – a scopo di libidine – di un minore. Poi nel 2001 un nuovo arresto per maltrattamenti in famiglia e tentata violenza sessuale. Attenzioni morbose rivolte non solo all’ex moglie , ma in un’occasione anche alla suocera che riuscì a sottrarsi al tentativo di stupro.

Una vita difficile da sempre quella della moglie, con sei figli da crescere e le difficoltà economiche da affrontare tutti i giorni, con un ex marito che non le passava nemmeno un euro per il mantenimento della famiglia. Al punto che qualche tempo fa chiese aiuto ai servizi sociali e fu costretta ad affidare a un istituto i figli più grandi. E’ proprio sui due che ha continuato a tenere con sé tra mille difficoltà, visto che non ha un lavoro, che ruota la triste storia con l’ex coniuge, autorizzato dal giudice a vedere i bambini solo una volta al mese. L’uomo in più occasioni l’ha seguita con l’auto e poi fermata strappandole i bambini e portandoli via. Per anni l’ha ricattata dicendole che solo se avesse continuato a soddisfare i suoi desideri sessuali avrebbe contribuito al sostentamento dei figli. Un uomo – stando all'atto di accusa della Procura di Larino - capace di violenze non solo fisiche, ma psicologiche.

Rimane senza spiegazioni il fatto che questa vicenda sia venuta alla luce soltanto adesso. Quello che si sa di certo è che sono stati ventisei anni di terrore, soprusi e mortificazioni provocati dall’uomo con una costanza e una determinazione incomprensibile agli stessi occhi degli inquirenti, che ricostruendo il quadro degli ultimi cinque anni hanno raccolto le numerose denunce fatte al commissariato e alla caserma di Termoli, e hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip su richiesta del pm Arianna Armanini. Delle indagini si è occupata la Sezione specializzata per i reati su donne e minori della Squadra Mobile di Campobasso.

(Pubblicato il 07/12/2007)

12月7日

E gli ebrei?

 
Non so se avete saputo della richiesta da parte dei lor signori di Casa Savoia di 260 milioni di euro di risarcimento dallo Stato Italiano come risarcimento morale per l'esilio che hanno dovuto subire dopo il referendum del 1946. In effetti Emanuele Filiberto, il padre pistolero e la madre devono avere proprio il morale a pezzi per chiedere tanto, considerando che a ciò aggiungono la pretesa di riavere il Quirinale, oltre a tutte lo loro proprietà di una volta. C'è da preoccuparsi, 260 milioni di euro rappresenta quasi il quintuplo della scorsa finanziaria lacrime e sangue del Governo Prodi, per cui se dovesse andare in porto tale richiesta non so cosa dovremo spremerci ancora...i Savoia hanno minacciato di rivolgersi al tribunale per i diritti umani, perchè giustamente si sentono discriminati, Filiberto è dovuto crescere lontano dal paese natio, in una scuola straniera....Si sentono quindi pari ai perseguitati del Darfur, ai Curdi, a quelle popolazioni apolidi non per scelta ma per imposizione. Però, c'è da chiedersi: quanti perseguitati vivono tra yatch in Corsica e ville in Svizzera e Portogallo? Quanti vanno a Montecarlo a trovare i principi ereditari? Chi si sente moralmente danneggiato da chiedere 260 mln di danni e poi va alla prima alla Scala con l'ultimo capo di Valentino?
Bè, forse c'è chi dovrebbe sentirsi moralmente danneggiato. Ed è notizia proprio di questi giorni:
 
 "Il fulcro della denuncia saranno le leggi razziali contro gli ebrei del 1938 - dice Brauner - I Savoia sono eredi di un reale che ha siglato una legge crudele e assurda, che ha tolto libertà e dignità al popolo ebraico. I Savoia vogliono essere risarciti dallo Stato italiano per il loro esilio, chiedono i danni morali? Bene, noi vogliamo essere risarciti dai Savoia perché la casa reale ha cancellato la nostra libertà, i più elementari diritti civili provocando un enorme danno morale ed economico".

La presa di posizione di Brauner ha il pieno sostegno di Elia Richetti, rabbino capo della comunità ebraica di Venezia: "I Savoia _ dice Richetti _ denotano quanto meno scarsa sensibilità e scarsa fedeltà alla parola data in precedenza: avevano detto che sarebbero rientrati in Italia dall'esilio senza accampare alcuna pretesa. Così non è stato".
(07 dicembre 2007)
 
Questo è un estratto di un articolo comparso su Repubblica in cui si preannuncia un'azione di gruppo delle comunità ebraiche italiane contro Casa Savoia, in quanto artefice dell'approvazione delle leggi razziali messe a punto da Benito Mussolini sulla copia del modello hitleriano. Il governo Prodi in questa finanziaria ha approvato la class action, cioè la possibilità di fare cause di gruppo. Probabilmente sarà usata ancor prima che dai truffati delle società finanziarie, dagli ebrei italiani contro Casa Savoia. E appoggio pienamente anche le modalità: se i Savoia andranno avanti in questa assurda richiesta - dice Brauer - noi faremo loro causa. Certo: se bisogna accertare le verità storiche e riappacifacare gli animi  e giusto che allora le comunità ebraiche italiane abbiano la loro voce in ciò. Invito tutti gli amanti della causa repubblicana ad appoggiare questa idea degli ebrei italiani contro una famiglia che di reale ha davvero poco. Non nascondo di essere stato contento nel rivedere i Savoia in Italia, finalmente come italiani e non come reali, ma come si possono avanzare pretese verso una Stato quando lo si è trasformato in una provincia straniera,imbarbarito da una spregiudicata dittuatura e da leggi razziali? Se qualcuno ha da fare richieste, questo è proprio il popolo ebraico, che ha perso tutto e non ha avuto esilii d'oro, nè scuole svizzere, nè abiti firmati mentre era nei campi di Dauchau, Bergen-Belsen o Auschwitz.
12月5日

Avari si nasce!!!

5 dicembre 2007

Gerusalemme, 17:16

AVARIZIA: STUDIO ISRAELIANO, SCOPERTO GENE RESPONSABILE

A stabilire se siamo dei 'buon samaritani' o degli 'arpagone' e' un gene. Lo ha stabilito un team di ricercatori israeliani del dipartimento di psicologia dell'universita' ebraica di Gerusalemme. Lo studio e' stato condotto su 203 cavie umane cui, dopo aver fornito campioni del loro Dna, e' stato chiesto come suddividere una somma equivalente a 12 dollari. I ricercatori hanno verificato che quanti avevano una variante del gene AVPR1a in media donavano quasi il 50% in piu' di coloro che ne erano privi. "L'esperimento ha fornito la prima prova dell'esistenza di un legame da una variazione del Dna e l'altruismo", ha spiegato uno degli autori della ricerca che e' stata pubblicata sulla rivista "Genes, Brain and Behaviour".

Cari amici,

insomma questa è una data che cambierà la storia dell'umanità. Basta coi soprannomi "braccino corto", tirchione, i riferimenti poco garbati al popolo ligure e ai cittadini del capoluogo. L'avarizia è genetica, non geografica! A questo punto, come è prassi dopo una scoperta del genere, potranno partire gli screening sulla popolazione italiana, così davvero potremo scoprire dove c'è la più alta concentrazione di geni avari, così da predisporre una consulenza matrimoniale per scoprire se il figlio in arrivo sarà un benefattore o un nuovo paperon de paperoni. In America nelle banche del seme oltre a scegliere il colore di occhi e capelli, le madri potranno anche decidere se il figlio che vorranno concepire dovrà essere più o meno attento al denaro. Ma la vera bomba è questa: la terapia. Un altro po di studi e se scopriamo l'attività della proteina dipendente da tale gene, eccoti pronta la pillola dell'avarizia contro gli sciuponi incalliti, o magari la compressa contro i più taccagni, magari da fornire nel bicchiere a carnevale così da fare il più bel scherzo di sempre! E poi non dimentichiamo che la ricerca corre...La terapia genica...si perchè ora è possibile non solo fornire la proteina, ma proprio il gene a chi non ce l'ha! Non si preoccupi quindi chi è affetto da shopping compulsivo: una bella puntura e il portafoglio potete anche chiuderlo in cassaforte, con buona pace della crisi degli acquisti e del caro prezzi!!