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日志


10月4日

Il "Modello Molise" del risparmio sulla salute

 

La Regione Molise risparmia sulla sanità. Si sa come vanno le cose da queste parti: il deficit sanitario è elevatissimo, il debito pro capite dei cittadini uno dei più alti d’Italia, e il sistema impone un risparmio consistente, pena il tracollo economico. Si chiama Piano di Rientro, ed è quel famoso documento sottoscritto da Michele Iorio con il Ministero della Salute e quello dell’Economia (l’accordo è stato siglato il 27 marzo 2007). Prevede il taglio delle spese in eccesso, ma deve garantire il livello dei servizi ai cittadini-pazienti. Nelle intenzioni è uno strumento addirittura positivo, perchè dovrebbe razionalizzare i costi delle Asl e risparmiare sugli sprechi.
Nei fatti, le cose sono un po’ diverse. Mentre si tagliano i posti letto – quindi i servizi – non si toccano gli incarichi – cioè le poltrone. Un po’ alla volta, emergono piccole cose che però hanno un grande significato per le famiglie delle persone malate, e che alzano il velo su un Piano pensato per mantenere inalterati i privilegi di chi dirige – e non sempre bene, come dimostra la cronaca giudiziaria recente – le Asl, penalizzando i fruitori dei servizi, cioè i pazienti. A rimetterci, soprattutto, sono i leucemici. Dopo aver soppresso le pensioni mensili ed eliminato i rimborsi viaggio e le indennità giornaliere per i bambini malati costretti a curarsi a Roma e Pescara e ora senza più aiuti economici, la Regione Molise taglia anche sui farmaci.
 
Il caso del signor M. (non facciamo il nome per ragioni di privacy) è emblematico: è malato di leucemia e si trova nella fase terminale della malattia. Percepisce una pensione di 600 euro al mese, con la quale deve pagare la casa, le bollette, il cibo e gli abiti per se stesso e la moglie. Avrebbe diritto all’accompagnamento, eppure aspetta da un anno di vedere i soldi promessi dalla Asl. Finora, niente. A questo si aggiunge l’ultima novità del risparmio sanitario: i farmaci di classe C, che fino a questo momento gli venivano concessi gratuitamente, adesso se li deve pagare lui.
 
I farmaci di classe C  sono la maggior parte: antidolorifici a antinfiammatori, collutori e colliri, farmaci per lo stomaco, sedativi, ansiolitici, fermenti lattici. Insomma, la categoria contempla un po’ di tutto. Si tratta di medicine ritenute non vitali, quindi non mutuabili. Le paghiamo tutti, ma fino a qualche mese fa erano esonerati da questa spesa i “soggetti affetti da malattie rare, i detenuti e gli internati”. Il signor M., affetto da leucemia che è ancora considerata malattia rara, aveva i farmaci direttamente dalla farmacia della Asl, gratuitamente. Ma ora non è più così. Adesso, grazie alla delibera n.552  della Giunta regionale del Molise, le medicine non indispensabili le deve acquistare di tasca sua, con i soldi della pensione che già non bastano per il resto. Il fatto è che quelle medicine per lui sono indispensabili. La leucemia crea mille complicazioni, e anche un semplice colluttorio (8 euro al flacone per 4 giorni di somministrazione) può diventare necessario per non peggiorare, per esempio, le infezioni delle mucose. E’ un esempio, appunto, e di esempi simili al centro Trasfusionale di Termoli ce ne sono parecchi. Chiediamo a un’infermiera la media di pazienti giornalieri che si recano nel Day Hospital per la terapia. «Tra 8 e 10, tutti i giorni».  I tre letti e le cinque poltrone del reparto sono occupati quasi sempre, a dimostrazione che il problema della leucemia non è nemmeno tanto raro da queste parti. Tutti i pazienti devono ora sborsare di tasca propria il denaro per accedere ai farmaci di classe C.
 
E non solo. La stessa delibera, che ridisegna quelli che in gergo si chiamano “livelli ulteriori di assistenza” (abbreviato Lea) stabilisce anche che i disabili non hanno più diritto alla riabilitazione gratuita in acqua, e che i soggetti malati di insufficienza renale non possono contare sulla gratuità degli alimenti senza proteine: se voglio mangiare senza avvelenarsi, devono tirar fuori i soldi. La nuova sanità molisana nasce sotto i peggiori auspici.

 (Da Primonumero.it)

(Pubblicato il 02/10/2008)

10月1日

Fascismo e razzismo nel pallone

di CORRADO ZUNINO

Quel fascino per la camicia nera che cresce nel mondo del calcio
    L'outing di Christian Abbiati, portiere del Milan fascista nel privato e ora anche in pubblico, ha allargato praterie di potenziali rivelazioni nel mondo del calcio italiano, da sempre silenziosamente a destra. Quelle parole rimbalzate in tutta Europa - "del fascismo condivido ideali come la patria, i valori della religione cattolica e la capacità di assicurare l'ordine" - sono sottoscritte, oggi, da una crescente platea di calciatori e dirigenti italiani.
    La forza delle frasi rivelatrici di un portiere che è abituale frequentatore dei leader di Cuore nero, succursale dell'estremismo nero milanese e luogo di riferimento per gli ultrà dell'Inter, più che nell'indicare il solito revisionismo pret a' porter italiano che vuole un fascismo buono prima del '38 ("rifiuto le leggi razziali, l'alleanza con Hitler e l'ingresso in guerra", ha detto Abbiati) segnala come anche i calciatori, notoriamente pavidi nelle dichiarazioni, oggi comprendono che queste "verità" si possono finalmente dire: il vento del 2008 non le rende più pericolose per le loro carriere.

    Sono diversi i campioni italiani che indossano numeri sinistri e sventolano effigi del Ventennio per poi giustificarsi: "Non lo sapevo". Il portiere Gianluigi Buffon, figlio di famiglia cattolica e impegnata, è stato sorpreso in quattro atti scabrosi. La maglia con il numero 88 che rimandava al funesto "Heil Hitler" segnalata dalla comunità ebraica romana, poi la canottiera vergata di suo pugno con il "Boia chi molla". Nel 2006, durante le feste al Circo Massimo per la vittoria del mondiale, si schierò - mani larghe su una balaustra - davanti allo striscione "Fieri di essere italiani", croce celtica in basso a destra. E i suoi tifosi, gli Arditi della Juventus, un mese fa a Bratislava gli hanno ritmato "Camerata Buffon" ottenendo dal portiere un naturale saluto. Quattro indizi, a questo punto, somigliano a una prova.

    E' da annoverare tra i fascisti per caso il Fabio Cannavaro capitano della nazionale che a Madrid sventolò un tricolore con un fascio littorio al centro: "Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra", giura adesso. Nel 1997, però, pubblicizzò in radio le prime colonie estive Evita Peron, campi per adolescenti gestiti dalla destra radicale. Il suo procuratore, Gaetano Fedele, assicura: "Un calciatore può essere strumentalizzato inconsapevolmente".

    Nella capitale si sta consumando un pericoloso contagio tra la curva della Roma, egemonizzata dalla destra neofascista, e i giovani calciatori romani. Daniele De Rossi, capitan futuro destinato a sostituire Totti, è un simpatizzante di Forza Nuova. E l'altro romanista da nazionale, Alberto Aquilani, colleziona busti del duce - li regala uno zio - mostrando opinioni chiare sugli immigrati in Italia: "Sono solo un problema".

    Molti portieri la pensano come Abbiati, poi. L'ex Stefano Tacconi fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale ed è stato condannato per aver usato tesserini contraffatti giratigli dal faccendiere nero Riccardo Sindoca. Matteo Sereni, figlio della destrissima scuola Lazio, oggi che è portiere del Torino continua a dormire con il busto di Mussolini sulla testiera del letto.

    Il problema è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere "Faccetta nera" nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa. Questione di maestri. L'ex allenatore della Lazio Papadopulo non si è mai preoccupato delle svastiche in curva "perché in campo non vedo oltre la traversa". Spiega Gianluca Falsini, difensore oggi al Padova: "Giocatori di sinistra ce ne sono pochi e la nostalgia per il Ventennio ti viene per colpa dei politici contemporanei". Già. Nel campionato 2007-2008 in campo sono raddoppiati gli episodi di razzismo: sono stati sei. Mario Balotelli, stella emergente dell'Inter, italiano di origini ghanesi, così racconta l'ultima partita contro la Primavera dell'Ascoli: "Dall'inizio alla fine mi hanno detto: "Non esistono neri italiani". Era lo slogan dei fascisti, volevo uscire dal campo".
    (da Repubblica.it)

    (1 ottobre 2008)